Spazi della cultura, cultura degli spazi

Attribuzione di titolo non poteva essere più adeguata. “Spazi della cultura, cultura degli spazi”, denso volume curato da Andrea Branzi e Alessandra Chalmers, è un interessante gioco di parole il cui intrinseco significato non sfugge ad un lettore attento. Gli spazi, sia urbani che interni, e la cultura, intesa nella sua accezione più ampia, si fondono in un unicum che si plasma e prende forma in stretta connessione con l’evoluzione della società – netti i riferimenti a quella dello spettacolo di Debord.
È da questa premessa che si cerca di ridefinire i nuovi luoghi di produzione e consumo della cultura contemporanea. Non si può però tralasciare un accenno alla neo-urbanistica di François Ascher e la fase della “terza modernità” per comprendere il contesto della riflessione degli autori. “Le società occidentali sono in effetti in piena evoluzione, ed entrano in una nuova fase della modernità che vede cambiare profondamente le maniere di pensare e di agire, la scienza e la tecnica, l’economia, le relazioni e le diseguaglianze sociali, le forme della democrazia. Tale evoluzione rende necessari importanti cambiamenti nella concezione, realizzazione e gestione delle città e del territorio, e pone all’ordine del giorno una nuova rivoluzione urbana, la terza dopo quelle della città ‘classica’ e della città industriale”1. Una rivoluzione che definisce la città come “un palinsesto dinamico in continua trasformazione, capace di ripensare e riprogrammare i propri codici funzionali indipendentemente dalle forme e dalle morfologie urbane tradizionali”. È proprio in questo contesto neofunzionalista che le architetture dedicate alla cultura cambiano forme d’uso, si riadattano a quelle esistenti e ne modificano i significati. E l’Architettura dialoga da una parte con il suo contenitore che è la Città, dall’altra con il suo contenuto che è l’Arte, generando progetti sperimentali per i luoghi della cultura in una società che cambia nel suo metabolismo interno.
Gli esempi presentati dagli autori dispiegano ampiamente questo spostamento di prospettiva. Nel campo dell’Arte, il museo abbandona l’allestimento tradizionale ordinato secondo logiche prestabilite per affrontare processi esplorativi con andamento labirintico diventando paesaggio autonomo; la Musica contemporanea diventa “semiosfera sonora” facendo interagire sale e pubblico in un sistema fitto di esperienze; nella Danza il rapporto tra il performer e il luogo cambia, così come nel Teatro. E nelle biblioteche, che non sono più unicamente luoghi di archivi e di studio, ma spazi urbani che comunicano con l’esterno, si altera la classica forma d’uso, a partire anche dal livello architettonico.
Ma agli spazi per la produzione e consumo di cultura tradizionali, ora rigenerati dall’uso creativo, vengono affiancati i “nuovi luoghi strategici capaci di assumere le molteplici forme dell’esperienza culturale”: i parchi culturali tematici. Un modello che sta emergendo prepotentemente come catalizzatore di capitale territoriale, in cui sperimentare una nuova socialità attraverso la fruizione delle risorse culturali, naturali e turistiche. Un’architettura dell’esperienza che Pine e Gilmore dicono in grado di creare “irresistibili luoghi-evento, mescolando design ambientale, tecnologia mediatica e racconto”.

1 Ascher François, I nuovi principi dell’urbanistica, Pironti, 2006

Spazi della cultura, cultura degli spazi
Nuovi luoghi di produzione e consumo della cultura contemporanea
Andrea Branzi, Alessandra Chalmers
FrancoAngeli 2007 euro 22

fonte: www.tafter.it

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