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	<title>urbanohumano &#187; Città</title>
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	<description>Sentient City, P2P Urbanism, Commons, Open Government, Social Innovation, Politic</description>
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		<title>Un viaggio per parlare di Bene Comune, di Città e di Architettura</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2011 16:43:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico</dc:creator>
				<category><![CDATA[architecture]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi voglio lasciare spazio ad un articolo non scritto da me, ma che mi riguarda da vicino. Si tratta del racconto di un viaggio fatto insieme a Giorgio Pini e Camilla Montevecchi che gentilmente mi hanno accompagnato da Roma fino a Cairano per partecipare al Cairano 7x. In realtà non si tratta del semplice racconto di un viaggio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/07/cairano7x_545.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1226" title="cairano7x_545" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/07/cairano7x_545.jpg" alt="" width="545" height="260" /></a></p>
<p>Oggi voglio lasciare spazio ad un articolo non scritto da me, ma che mi riguarda da vicino. Si tratta del racconto di un viaggio fatto insieme a <strong>Giorgio Pini</strong> e <strong>Camilla Montevecchi</strong> che gentilmente mi hanno accompagnato da Roma fino a Cairano per partecipare al <a title="Cairano 7x" href="http://www.cairano7x.it/2011/" target="_blank">Cairano 7x</a>.</p>
<p>In realtà non si tratta del semplice racconto di un viaggio, ma più che altro di un resoconto delle interessanti discussioni e riflessioni che sono nate tra un casello autostradale e l&#8217;atro e tra un ingorgo e l&#8217;altro. Come leggerete il viaggio é stato molto piacevole e mi ha permesso di conoscere due persone molto interessanti.</p>
<p>Si tratta in realtà solo della prima parte del racconto al quale immagino seguiranno nuove puntate in cui si parlerà più in profondità dell&#8217;evento <strong>Cairano 7x</strong> e del progetto <a title="Gluck Channel TV" href="http://gluckchannel.tv/" target="_blank">Gluck Channel TV</a>.<span id="more-1225"></span></p>
<p><strong>Gluck Channel</strong> è un progetto su cui lavorano Giorgio Pini, Camilla Montevecchi, Giorgio Salamone, Livia Campana e Diego Emanuele ai quali voglio fare i miei auguri e complimenti per il coraggio e l&#8217;energia con cui si stanno dando vida a questa nuova web-tv. </p>
<p>Gluck Channel è stata presente Cairano dove ha realizzato diverse interviste, tra le quali anche una a me.</p>
<p><iframe width="545" height="340" src="http://www.youtube.com/embed/dGNC5r1JhCI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Bene già mi sono dilungato abbastanza, vi lascio con il testo scritto da Camilla Montevecchi e le foto di Simone Luciani e Giorgio Pini:</p>
<p><strong>&#8220;&#8230;io chiedo nuovamente: perché un architetto, un architetto buono o un architetto cattivo, deturpa il paesaggio? L&#8217;architetto, come quasi ogni abitante della città, non ha civiltà. Gli manca la sicurezza del contadino, che possiede invece una sua civiltà. L&#8217;abitante della città è uno sradicato&#8230;&#8221;</strong><br />
(Adolf Loos, Parole nel vuoto, 1910)</p>
<p>Tarda mattinata di un venerdì di fine maggio, a Roma fa già molto caldo: io e G. stiamo partendo per Cairano ma prima dobbiamo passare a prendere Domenico Di Siena, un giovane architetto italiano trapiantato in Spagna. è stato invitato a parlare nel festival che stiamo andando a filmare, una manifestazione culturale che si apre con l&#8217;incontro di architettura naturale Microcosmi eccellenti _comunità, trasformazione, sviluppo locale promosso da ANAB (associazione nazionale architettura bioecologica).</p>
<p>Raggiungo l&#8217;aeroporto con il treno, osservo la città che scivola via dal finestrino, che si smaglia in paesotti, gruppi di case, capannoni, in spazi vaghi. L&#8217;aeroporto è nel suo abituale fervore, nel luogo del transito per eccellenza nessuno si ferma più del tempo necessario a finire una sigaretta o una bottiglietta d&#8217;acqua.</p>
<p>Ci troviamo solo dopo un complicato nascondino ed una lunga serie di telefonate dai cellulari, spaesati dalla ridondanza della pubblicità che copre la segnaletica e che, ripetendosi, genera fraintendimenti: &#8220;anche io sono sotto il cartellone Carpisa !!!&#8221;.</p>
<p>Quando finalmente mi allaccio la cintura dell&#8217;auto di G. e sento i primi fiati dell&#8217;aria condizionata, tiro un respiro di sollievo!<br />
Ah! La comodità del mezzo (e dello spazio) privato&#8230;.mi lascio irretire dal ritrovato benessere ma devo, ahimè, ricredermi subito.<br />
Il Grande Raccordo Anulare e le strade d&#8217;uscita da Roma sono congestionate di veicoli che scorrono lentamente come un fiume di lava, emanando fumi e rumori infernali.</p>
<p>Per fortuna siamo con un ospite interessante: abbiamo la stessa età, la stessa laurea, siamo nati nello stesso paese ma lui adesso vive in Spagna. Cominciamo a parlare della situazione attuale dell&#8217;Italia ma convergiamo subito sui problemi comuni, quelli globali.</p>
<p>D. ci racconta come in Spagna, e a Madrid in particolare, le persone hanno cominciato a porre fortemente all&#8217;attenzione del potere politico un concetto basilare: il &#8220;pro. comun&#8221;. In italiano sarebbe bene comune, ma la traduzione non definisce completamente il significato del verbo provechar, (approfittare): da noi un bene viene salvaguardato, mentre il &#8220;pro&#8221; spagnolo allude ad un&#8217;idea più ampia e dinamica, che include anche la proiezione comune su quel bene e sui suoi possibili usi, la possibilità di &#8220;approfittarne&#8221; tutti, teoricamente in egual misura.</p>
<p>Questo concetto porta con sé l&#8217;impellenza di prendersi cura delle cose comuni, di proteggerle dall&#8217;avidità della speculazione, di impegnarsi in prima persona: non a caso gli individui manifestano la loro voglia di partecipare (anche nel gioco) occupando lo spazio fisico con i loro corpi. Solo incontrandosi e scambiandosi idee e informazioni si può creare il senso dell&#8217;aggettivo &#8220;comune&#8221;. Da sempre gli esseri umani, quando vogliono incontrarsi o radunarsi, usano lo spazio come medium: l&#8217;architettura è nata da questa esigenza.</p>
<p>Oggi la Rete e la realtà virtuale costituiscono un ulteriore medium, nuovo e liquido ma non alternativo all&#8217;originale, un diverso tipo di spazio che raccoglie e diffonde le informazioni operando come un soggetto collettivo. Da sempre lo spazio è materia da architetti.</p>
<p>Nel suo blog (<a title="Urbanohumano | Domenico Di Siena | Blog" href="http://urbanohumano.org" target="_blank">http://urbanohumano.org</a>) D. racconta &#8220;&#8230;.l&#8217;esigenza di trasferire concretamente lo spazio virtuale di internet allo spazio fisico reale &#8230;.&#8221; e cita &#8220;&#8230;3 punti essenziali:<br />
1) Internet non ci ha portato su altre strane dimensioni ma al contrario ha aumentato l&#8217;interesse per il locale. Il luogo ci rispecchia. Che sia bello o brutto si ripercuote sempre in qualche misura sulla nostra identità.<br />
2) La stessa tecnologia internet che ci ha aperto al mondo globale, ci ha riportato anche a un interesse locale, perciò la tecnologia permetterebbe -nelle due dimensioni- la cosiddetta &#8220;glocalizzazione&#8221;.<br />
3) Attraverso lo spazio pubblico virtuale della rete internet, il cittadino torna ad essere un &#8220;produttore&#8221;, non solo un &#8220;consumatore&#8221;.</p>
<p>In effetti, in un significato che va al di fuori di quello prettamente commerciale, a partire dalla rivoluzione industriale il cittadino avrebbe smesso di produrre e creare lo spazio pubblico e si sarebbe limitato a usufruirne, solo consumandolo. La proposta è di riportare in ambito fisico le qualità di condivisione del mondo virtuale. Tentativo realizzato a Madrid, dove su una parete di un edificio son state fisicamente visualizzate, mediante dispositivi led, le stesse informazioni locali che sarebbero apparse altrimenti solo su internet.&#8221;</p>
<p><iframe width="545" height="439" src="http://www.youtube.com/embed/_Yk6LUxAzhg" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Finalmente sfrecciamo sull&#8217;autostrada del sole ma la città sembra non volerci lasciare andare: centri commerciali, outlet, parchi tematici, aree di servizio; questi luoghi fanno da ripetitori per la diffusione seriale di quella qualità dell&#8217;urbano che è la rappresentazione del mondo fisico e culturale alla base dell&#8217;identità collettiva contemporanea. Nel frosinate passiamo vicino al luogo dove D. è nato: è partito da qui per frequentare l&#8217;università a Roma, poi l&#8217;Erasmus in Spagna e oggi vive a Madrid. Parliamo di come la piazza del piccolo paese sia un luogo che produce relazioni ed informazioni perché lì è possibile venire a sapere tutto della comunità locale e di come oggi la rete e i social network abbiano ampliato la possibilità di condividere e di partecipare cambiando i comportamenti e le abitudini delle persone e consentano al singolo di esprimersi e relazionarsi con l&#8217;altro oltre le tradizionali limitazioni fisiche.</p>
<p>D. e i suoi soci hanno creato uno studio di progettazione che si chiama &#8220;ecosistema urbano&#8221; (<a title="Ecosistema Urbano Agency" href="http://www.ecosistemaurbano.com" target="_blank">www.ecosistemaurbano.com</a>) e si definiscono &#8220;una struttura aperta, dedicata alla ricerca nel campo dell&#8217;architettura e del design, caratterizzata da un&#8217;elevata sensibilità verso l&#8217;ecologia e le sue relazioni con la sostenibilità delle città e del pianeta. A fronte di posizioni teorico critiche passive, intende svolgere un ruolo attivo e, a partire da uno sguardo costruttivamente critico sulla realtà, utilizza le proprie posizioni come linee guida di progetto. Gli architetti devono smette di pensare esclusivamente in termini materiali. L&#8217;uomo crea condizioni artificiali e configura ambienti che possono anche essere architettura. L&#8217;uso di mezzi immateriali è importante quanto quello di strumenti materiali. L&#8217;architetto contemporaneo è un manager che ottimizza tra i budget e le energie disponibili&#8221;. (da: &#8220;Ritratto di gruppo con idee&#8221;, M. Moro, quaderni di architettura naturale 06, anab) D. ci parla del loro &#8220;&#8230;progetto di ricerca dedicato al mondo dell&#8217;Urbanistica e della Partecipazione Pubblica in rapporto con le nuove tecnologie. L&#8217;obiettivo é individuare i punti critici della Progettazione Partecipata e proporre possibili soluzioni attraverso un uso &#8220;ragionato&#8221; delle nuove tecnologie di comunicazione e la definizione di linee guida per l&#8217; innovazione del modello attuale di Pianificazione&#8230;.&#8221;. ( Urbanistica Digitale, D. Di Siena, http://urbanohumano.org ).</p>
<p><a href="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/07/DSC_0311.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-1235" title="DSC_0311" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/07/DSC_0311-545x364.jpg" alt="" width="545" height="364" /></a></p>
<p>All&#8217;altezza di Napoli, stiamo ben attenti a non sbagliare l&#8217;uscita: dobbiamo imboccare la A16 che ci porterà in Irpinia, non la famigerata Salerno &#8211; Reggio Calabria!<br />
Stiamo penetrando verso l&#8217;interno ed il paesaggio comincia a cambiare: alla nostra sinistra le forme massicce dei Monti del Partenio, parte del versante campano dell&#8217;Appennino Meridionale, emergono dall&#8217;afa; Il denso manto verde che li ricopre è martoriato da buchi bianchi: sono le cave, alcune abbandonate, altre in uso, altre ancora di prossima apertura. La radio parla dell&#8217;emergenza rifiuti in Campania e degli scontri tra le popolazioni e le forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>Ad Avellino lasciamo l&#8217;autostrada e imbocchiamo &#8230;l&#8217;Appia! Mi sembra incredibile, dopo tanti giri di giostra abbiamo ritrovato la consolare romana. Ci chiamano da Cairano, siamo tremendamente in ritardo.<br />
La strada sale sinuosa sui pendii verso i Monti Picentini che si stagliano tra noi e la costa: scorriamo piccoli paesi, case isolate, cominciano anche i ruderi del grande terremoto del 1980. Stazioni di servizio, motel e ristoranti si susseguono lungo il percorso: per i trasporto merci su gomma questa è ancora la principale via di collegamento tra Puglia e Campania.</p>
<p>Rimpiangiamo di aver ceduto alla fame: non c&#8217;è paragone tra un bel pranzo da camionista ed il panino di plastica dell&#8217;Autogrill !!!</p>
<p>Siamo quasi arrivati, attraversiamo il fiume Ofanto che si allarga in un enorme lago artificiale creato con la costruzione più a valle di una grande diga. Il pianoro è stato allagato sommergendo tutto quello che c&#8217;era: i tetti degli edifici abbandonati e le chiome degli alberi spuntano dall&#8217;acqua, testimoni delle profonde trasformazioni naturali e non intervenute in questa zona, epicentro del sisma irpino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le strade si fanno sempre più piccole e le indicazioni sempre più rare. Finalmente all&#8217;orizzonte, appare la sagoma di uno scoglio, un relitto incagliato tra le colline ondulate gialle di grano: la rocca di Cairano!</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-1231" title="DSC_0140" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/07/DSC_0140-545x364.jpg" alt="" width="545" height="364" /></p>
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		<title>Verso la &#8220;Città Open Source&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 20:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>domenico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La città contemporanea vive un complesso processo di trasformazione. Le ralazioni sociali e la vitalità urbana sono fenomeni sempre più rari e frammentati. I nostri vicini diventano dei completi sconosciuti e gli spazi pubblici della città semplici luoghi di attraversamento. Le reti sociali cresciute in internet permettono di sviluppare nuove dinamiche di comunicazione e relazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/05/planit-valley-portugal-21.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1122" title="planit-valley-portugal-2" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/05/planit-valley-portugal-21.jpg" alt="" width="545" height="299" /></a><br />
La città contemporanea vive un complesso processo di trasformazione. Le ralazioni sociali e la vitalità urbana sono fenomeni sempre più rari e frammentati. I nostri vicini diventano dei completi sconosciuti e gli spazi  pubblici della città semplici luoghi di attraversamento.</p>
<p>Le reti sociali cresciute in internet  permettono di sviluppare  nuove dinamiche  di comunicazione e relazione tra vicini, migliorando la coesione sociale  e la qualità della vita, offrendo la sensazione di maggiore sicurezza.</p>
<p>Le nuove tecnologie di comunicazione permettono nuove forme di collaborazione ed organizzazione per la gestione di beni comuni (pubblici); si possono usare per strutturare un sistema di informazioni che stabilisca una relazione diretta tra i tecnici e gli utenti (cittadini) assicurando una maggior collaborazione nella gestione urbana da entrambi i lati.<span id="more-1119"></span></p>
<p><strong>La città frammentata</strong></p>
<p>Oggi le dimensioni di spazio e tempo, storicamente in stretta relazione tra loro (percezione spaziale continua) si stanno progressivamente separando, diventando sempre più indipendenti (percezione spaziale frammentata). Attualmente un numero sempre maggiore di persone si sposta ogni giorno da un punto all’altro della città per giungere a lavoro e segue lo stesso percorso per tornare a casa. La distanza tra questi due punti e tutto ciò che vi accade nel mezzo non è di alcun interesse.  L’unica cosa che importa è il tempo di spostamento, che grazie allo sviluppo tecnologico è sempre più breve.</p>
<p>La città  non è più un luogo continuo, ma si caratterizza più come una struttura di nodi connesi in rete (network city). Questi nodi diventano sempre più definiti, organizzati, efficenti e lo spostamento tra loro sempre più rapido. Ogni luogo delle città che non riesce ad avvicinarsi a queste caratteristiche, che non abbia questa unica funzione (cioè che non sia un nodo) perde di importanza, come gli spazi pubblici.</p>
<p>Molto spesso la complessità ( il valore) di un punto consiste esclusivamente nel dar accesso ad altri punti. Da qui torniamo all‘importanza  attribuita oggi al movimento. Invece di vivere in uno spazio continuo, noi ci muoviamo continuamente tra spazi discontinui (punti o nodi ).</p>
<p>La struttura per punti rispetto ad una struttura continua ha meno livelli di diversificazione e complessità. A minori diversificazione e complessità  corrisponde maggiore necessità di movimento. Ogni punto ha una sua identità e funzione. Tutto sembra più organizzato e più facile da trovare .A patto che per trovare quello che cerchiamo siamo pronti a muoverci costantemente tra altri punti.</p>
<p>La maggior parte di questi spostamenti avviene con mezzi di trasporto e ad una velocità che non permette di relazionarsi con l’intorno. Ha solo un inizio ed una fine, senza possibilità di “sorpresa”  o di cambiamento . Tutto ciò suppone un impoverimento degli spazi intermedi, degli spazi che mettono in relazione i punti, e di conseguenza degli spazi pubblici.</p>
<p>Per agire in questo tipo di città è indispensabile intervenire su aspetti della vita quotidiana che apparentemente non hanno niente a che vedere con la progettazione dello spazio pubblico urbano .</p>
<p>Il nostro attuale stile di vita si sviluppa tra due dimensioni obbligandoci ad agire anche su quella che comunemente chiamiamo “virtuale” o “digitale” oltre che quella “presenziale”. Come dice il sociologo Castells “tutto ciò che facciamo, da quando cominciamo la giornata a quando termina, lo facciamo con internet&#8230;&#8230;la connessione tra il virtuale ed il fisico (non direi reale, perchè la realtà è virtuale e fisica allo stesso tempo) la scegliamo noi. Non ci sono due società , ci sono solo due forme di relazione ed attività sociale di noi stessi. Siamo noi che dobbiamo cercare la forma migliore di adattarle ed incastarale”.</p>
<p><strong>Spazi Pubblici, Spazi Sensibili</strong></p>
<p>Come dice Daniel Innerarty nella città lo spazio omogeneo e stabile non è altro che un caso limite all’ interno  di uno spazio globale di molteplicità locali connesse; al posto di vicinati si sviluppano reti locali ed il dibattito pubblico si realizza in uno spazio virtuale, con le strade e le piazze che hanno smesso di essere il principale luogo di incontro e rappresentazione.</p>
<p>Internet sembra  offrire un “luogo” per le relazioni sociali alternativo  ai luoghi “ tradizionali”. Questo fatto puo esser inteso come un problema in grado di aggravare il successivo  svuotamento  dello spazio pubblico; o al contrario, può essere considerato come una straordinaria opportunità per rafforzare le relazioni  sociali locali, creando i presupposti necessari ad accrescere la vitalità degli spazi pubblici. Internet è oggi giorno il luogo in cui con maggiore successo si stanno sperimentando modelli di gestione collettiva.</p>
<p>Credo sia molto importante tornare a considerare la città come il risultato della costruzione di tutti, e lo spazio pubblico come il luogo in cui questo processo possa avere luogo. Oggi disponiamo di strumenti capaci di catalizzare dinamiche partecipative che prima era impossibile coordinare. Sono sempre di più gli esempi di procesi di “creazione” di cittadinanza legati  all’uso delle nuove tecnologie e senza dubbio internet rappresenta uno dei principali fattori di cambiamento della società. Detto questo  credo sia evidente che non possiamo pensare lo spazio pubblico senza tener conto delle potenzialità di questa tecnologia, di come si usa e di come possono apportare valore aggiunto.</p>
<p>Dovremmo incominciare a parlare di un nuovo tipo di spazio pubblico, uno spazio ibrido, in cui la tecnologia possa riuscire a catalizzare dinamiche di commistione tra attività che tradizionalmente non sono connesse o sono ospitate in altri spazi (privati).</p>
<p><a href="http://juanfreire.net" target="_blank">Juan Freire</a> lo spiega molto chiaramente: <em>“ la distinzione tra spazi, comunità fisiche e comunità vituali è superata. Assistiamo ad un processo  di ibridazione che modifica le nostre identità individuali , comunitarie e territoriali. Internet ha facilitato lo sviluppo di reti globali, ma paradossalmente ne è stata meno riconosciuta l’influenza negli ambiti locali.</em><em> Ovviamente le tecnologie digitali modificano il modo in cui ci organizziamo e relazioniamo con il nostro ambiente, tanto che viviamo già in territori in cui il digitale è rilevante quanto il fisico. Le reti Hiper-locali e gli spazi pubblici ibridi sono le nuove realtà che che ci troviamo di fronte con l’arrivo di internet e la cultura digitale nell’ambito locale”</em></p>
<p>Per Juan Freire la crisi degli spazi pubblici urbani è dovuta anche alla mancanza di un piano (aperto) che risvegli nei cittadini un vero interesse per ciò che usano; ed ha introdotto nel dibattito concetti come quello di spazio ibrido, in riferimento alle opportunità offerte dall ‘ ibridazione di fisico e digitale negli spazi pubblici.</p>
<p>Dato per assunto l’esistenza di una pelle digitale  che caratterizza gli spazi pubblici possiamo dedicarci a definire le loro qualità e caratteristiche. Al posto di “ibrido” voglio utilizzare il concetto di “sensibile”, e con “spazio sensibile”  faccio riferimento al carattere “vivo” di questi spazi; alla loro capacità di promuovere relazioni bidirezionali con i suoi utenti, di attrarre reti  sociali Hiper-locali e visualizzaare in maniera trasparente le informazioni legate al contesto.</p>
<p><strong>Reti sociali ed Auto-gestione</strong></p>
<p>Se consideriamo l’incremento nell’uso di social networks ed internet ci rendiamo conto che stiamo assistendo ad un processo di trasformazione che ci porterà alla scomparsa dell‘attuale  distinzione tra identità digitale ed identità fisica.</p>
<p>La maggior parte delle persone puo continuare a vivere normalmente senza preoccuparsi della propria presenza (identità) digitale nei social networks, ma è molto probabile che tra qualche anno, il concetto di identità giunga ad integrare sia la dimensione digitale che quella fisica.</p>
<p>Di conseguenza, ognuno sarà costretto a prestare la medesima attenzione  sia alla sua identità fisica che a quella digitale, cosa che alcuni di noi stanno già facendo da alcuni anni.</p>
<p>E’ necessario  prendere in considerazione alcuni fattori specifici di questo nuovo tipo di identità, tra cui la particolare dimensione temporale. Il processo di costruzione dell’identità digitale con il passare del tempo lascia tracce nella rete, una impronta visibile ed accessibile a qualunque utente. Il risultato è che una identità viene percepita come somma dell‘identità presente con le identità del passato (l’impronta).</p>
<p>Di norma siamo abituati a controllare la nostra immagine pubblica scegliendo in ogni momento cosa mostrare. Quando però la nostra identità ha lasciato un impronta nella rete la sua visibilità non è più qualcosa in nostro esclusivo potere ma è distribuita tra amici e conoscenti (peer group).<br />
Chiunque mi conosca  può pubblicare informazioni ( foto, testi, etc&#8230;) direttamente o indirettamente relazionate con la mia identità senza bisogno di autorizzazione. E’ cio’ che succede nella maggior parte dei social networks.</p>
<p>Senza dubbio l’identità digitale sarà completamente assimilata al processo di apprendimento e verrà sempre più associata ad un luogo fisico; significa che l’idea che abbiamo di una (o più) identità digitali parallele slegate dalla realtà stanno a mio avviso perdendo di interesse: in realtà non abiamo neanche il tempo per creare (gestire) identità parallele.</p>
<p>La nostra identità non si costruisce solo tramite le informazioni pubblicate da me ed i miei amici ma anche dalle informazioni che pubblicano i miei dipositivi. Un esempio sta nell‘uso di servizi come Foursquare che sfruttando la connessione ad internet dei nostri cellulari permette di pubblicare nei miei network il luogo in cui mi trovo in ogni momento.</p>
<p>Tale identità digitale inequivocabile, facilita lo sviluppo di progetti innovativi di hardware sociale  basati su di un tipo di  partecipazione senza carattere collettivo, in cui la dinamica di collaborazione è il risultato di una azione ed interazione  individuale. Si scoprono, un po’ per volta, le capacità di auto-organizzazione delle società informate capaci di rivoluzionare la propria struttura, sfruttando  il fenomeno dello specchio virtuale  che permette di associare le informazioni  sullo stato di una azione con le decisioni individuali.</p>
<p><strong>Controllo e Decentramento</strong></p>
<p>I social networks rafforzano un nuovo  tipo di controllo: un controllo decentrato ad opera di una pluralità di individui indipenedenti che collaborano utilizzando capacità ripartite e mobili, di calcolo e di comunicazione. Le Tecnologie di Informazione e Comunicazione (TICs) non rappresentano la soluzione, ma una opportunità di migliorare la nostra capacità di gestione del territorio. Possono essere usate per obiettivi diversi e contrapposti. Da una parte si può approfittare della loro enorme capacità di elaborazione dati per accentrare  tutte le informazioni e tentare di “ risolvere” la complessità urbana; ma può essere usata anche per aprire e decentralizzare le scelte.</p>
<p>Si tratta di capire come le TICs possono definire una struttura di gestione urbana in cui centri di controllo discontinuo possano vivere circondati da auto-determinazione (appropriazione) e libertà. Un’idea molto vicina al concetto di tensegrity definito da Buckminister Fuller: “ isole in compressione dentro un mare in tensione”.</p>
<p>L’integrazione di tecnologie digitali nello spazio fisico permette di sviluppare nuove dinamiche di comunicazione e relazione tra vicini, che rafforzano la coesione nelle comunità locali ed allo stesso tempo la qualità della vita offrendo una sensazione di maggiore sicurezza.</p>
<p>Grazie alle nuove tecnologie e ad alcune mutazioni culturali, sistemi e mondi prima totalmente chiusi e spesso poco trasparenti, si aprono alla partecipazione di agenti (e persone) esterni alla loro struttura organizzativa. I cittadini diventano più disponibili a partecipare  e collaborare perché sono più informati e finalmente sono considerati interlocutori utili per la gestione urbana. Architetti ed urbanisti possono ragionevolmente cominciare a lavorare in costante  comunicazione con i cittadini, “condividendo”  con questi il loro potere decisionale.</p>
<p>Per spiegare questo fenomeno si puo fare riferimento  al concetto di “lunga coda”  di Chris Anderson. Internet ed il contesto digitale hanno cambiato le leggi di distribuzione (del potere) e le regole di mercato. Il sistema economico e politico attualmente si basa su di una struttura piramidale in cui il potere (o potenziale economico/creativo) di molti si considera inferiore a quello dei pochi che si trovano nella parte più alta della piramide. Esiste un nuovo sistema basato sulla somma o accumulazione  di tutte le piccole potenzialità (o poteri della massa), che grazie ai sistemi  di comunicazione in rete offerti da internet possono eguagliare o superare il potere (o il potenziale)  di coloro che oggi occupano le posizioni privilegiate. Sono il vecchio mercato di massa e la nuova nicchia di mercato, rappresentati dalla testa e la coda del noto grafico di distribuzione statistica.</p>
<p><a href="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/05/Long_tail.png"><img class="alignnone size-large wp-image-1133" title="Long_tail" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2011/05/Long_tail-545x283.png" alt="" width="545" height="283" /></a><br />
<em>La lunga coda è il nome gergale di una ben nota caratteristica di distribuzione statistica ( Zipf, Legge di potenze, distribuzione di Pareto e/o in generale distribuzione di Levy).La caratteristica è anche conosciuta come heavy tails, power-law tails, o le code di Pareto.</em></p>
<p>In tali distribuzioni una ampia frequenza o  gran frequenza di  di trasazione è seguita da una  bassa frequenza o bassa ampiezza della popolazione che decresce gradatamente. In molti casi, gli eventi a bassa frequenza o scarsa ampiezza- la lunga coda, qui rappresentata dalla porzione gialla del grafico-possono ricoprire la maggior parte del grafico.</p>
<p>La presenza di una entità centralizzata non è necessaria quando i dispositivi di controllo e di ritorno dell‘informazione (feedback) , permettono agli attori  di visualizzare o prendere coscienza delle conseguenze delle proprie azioni. Il fenomeno  di auto-organizzazione incosciente si trasforma in controllo cosciente ed intenzionale quando si permette agli individui di comprendere gli effetti delle proprie azioni. Qui si inserisce il concetto di tensegrity, in riferimento ad un modello di gestione in cui le decisioni decentralizzate si uniscono a quelle centralizzate evitando una dinamica di controllo completamente chiusa ed onnipresente.</p>
<p>Invertendo la supremazia della centralizzazione sulle decisioni  individuali, si ottiene che i cittadini  prendono coscienza delle proprie azioni e così cominciano a coordinarle in modo intenzionale. Questo processo potrebbe riuscire a restituire la necessaria legittimità e credibilità agli interventi  nelle aree urbane degradate.</p>
<p><strong>Verso la partecipazione: Accountability e open data</strong></p>
<p><em>“ La partecipazione richiede  un sistema di infomazione, un osservatorio e degli indicatori che riflettano periodicamente la situazione di quelle variabili che riteniamo chiave per stabilire la nostra evoluzione e che siano accessibili e comprensibili ai cittadini.”</em> (Agustín Hernández Aja, 2002)</p>
<p>Così nel 2002 Hernández Aja, docente di Urbanistica dell’ Università politecnica di Madrid, descrive i presupposti indispensabili per la partecipazione cittadina. Una decade più tardi acquistano popolarità modelli di comunicazione e dinamiche di gestione che ci avvicinano a questi presupposti. Tra questi vorrei far emergere l’accountability e il movimento Open Data.</p>
<p>Accountability è un termine anglosassone che potremmo tradurre  con “ responsabilità” o “obbligo di render conto”. Accostandoci al concetto di accountability possiamo creare un ecosistema di comunicazione e trasparenza che permetterebbe  al cittadino di esigere responsabilità dall’amministrazione. Il che ci aiuta a compiere l’obiettivo di decentralizzare il controllo  necessario per una vera democrazia.</p>
<p>Open Parlamento è un esempio stupendo  di come lavorare  per migliorare e ottenere accountability. Si tratta  di uno strumento Web che permette monitorare in maniera distribuita il lavoro  dei deputati del parlamento italiano.</p>
<p>La pagina web offre molte informazioni  sui proggetti di legge ed in generale su tutta l’attività del Parlamento Italiano. La cosa più interessante è il suo sistema di tracciamento distribuito che permette  di controllare  l’attività politica di ogni deputato. Ogni cittadino può “adottare” un deputato, pubblicare  tutte le sue dichiarazioni e confrontarle  con la sua attività parlamentare.</p>
<p>Immaginiamo questo stesso sistema applicato su scala locale, dove i cittadini hanno maggiore capacità di organizzazione e di esercitare pressione. Il controllo al quale sottostarebbero tutti gli amministratori locali sarebbe così intenso che questi si sentirebbero quasi obbligati a mettere in marcia un processo di trasformazione della struttura amministrativa verso un modello più aperto e partecipativo.</p>
<p>Il movimento Open Data si pone come una delle maggiori spinte ad ottenere trasparenza sulla gestione pubblica.</p>
<p>Open Data consiste nel porre a disposizione della società i dati dell‘ amministrazione pubblica, oltre i dati relazionati con progetti finanziati con denaro pubblico, o gestiti da istituzioni pubbliche.</p>
<p>L’obiettivo è approfittare di questi dati che le organizzazioni pubbliche non sanno o non sono capaci di analizzare. Liberarli in modo che qualunque persona o organizzazione possa usarli per costruire nuove formule di consultazione e visualizzazione, semplificare , diversificare oltre che arricchire le iniziali informazioni.</p>
<p>In Spagna, tra gli esempi di questa nuova tendenza spicca il progetto di Open Data Euskadi, parte integrante  dell’iniziativa  di Open Government del Governo Basco: un portale di esposizione  dei dati  pubblici in formato riutilizzabile, sotto licenza aperta. A scala urbana, emergono  i progetti attivati  da due città spagnole: Zaragoza e Cordoba, che  cominciano a compiere i primi passi  nel mondo di Open Data.</p>
<p>Sono convinto che la pressione cittadina obbligherà in breve tempo tutte le grandi città ad unirsi a questo processo di apertura e trasparenza.</p>
<p><strong>Open Source e Conscenza di Rete</strong></p>
<p>Come abbiamo detto, invertendo la supremazia della centralizzazione sulle azioni individuali,  i cittadini  prendono coscienza del proprio potere ed incominciano ad organizzarsi in rete.</p>
<p>Disponiamo della tecnologia, della conoscenza e delle dinamiche necessarie per porre in marcia processi di gestione urbana più aperti. I cittadini hanno cominciato a muoversi; le amministrazioni potrebbero approfittare di questi processi autonomi ed indipendenti per la gestione di situazioni  molto complesse, ma continua a mancare una chiara volontà politica.</p>
<p>Probabilmente gli amministratori sono riusciti a ritardare il passaggio verso un nuovo modello di gestione partecipata grazie all’appoggio indiretto e anche diretto di quello che viene chiamato “quarto potere”: la stampa. Il sistema di informazione attuale offre ancora ad amministratori e potenti ampie possibilità per manipolare  e controllare certi processi.</p>
<p>L’emergere di un modello di informazione molto più distribuito, incomincia ad offrire a qualunque cittadino la possibilità di produrre  informazione  locale rilevante. Nasce così un ecosistema di comunicazione basato nei Social Media.</p>
<p>Questo nuovo ecosistema di informazioni puo ridurre l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa e quindi obbligare  gli amministratori a rendere conto delle loro decisioni. Gli ammministratori  si vedranno obbligati  a relazionarsi con questo nuovo tipo  di comunicazione, più orizzontale e distribuita: una opportunità per generare una forma di controllo sociale che migliori la trasparenza ed obblighi gli amministratori locali  a tener in considerazione l’opinione pubblica.</p>
<p>Un esempio chiarissimo di quanto stiamo dicendo, sono le ultime mobilitazioni che stanno contraddistinguendo la Spagna. Dopo la manifestazione del 15 maggio scorso, un evento autorizzato e organizzato per diverse settimane e che ha riunito decine di migliaia di persone, si stanno realizzando una serie di “ accampamenti ” permanenti nelle piazze urbane, organizzati in pochissime ore, grazie unicamente allo scambio di informazione attraverso social network come Twitter e Facebook. Il controllo di questi movimenti è semplicemente impossibile.</p>
<p>C’è stato un primo passo verso un modello in cui i governanti e gli amministratori devono capire che non potranno continuare ad ignorare i cittadini e difendere esclusivamente gli interessi dei più potenti.</p>
<p>Ci troviamo di fronte a un nuovo processo di costruzione del bene pubblico e del comune, insieme allo sviluppo di un nuovo modello si spazio pubblico che abbiamo chiamato spazio sensibile. I media tradizionali non riescono a trasmettere che cosa sta succedendo realmente nel quotidiano e di cosa stiamo discutendo o cosa stiamo organizzando noi cittadini. Al contrario, grazie ai Social Network tutti noi possiamo informarci e scambiare informazioni in tempo reale con le persone che in questo momento si sono accampate nelle piazze delle principali piazze spagnole.</p>
<p>Possiamo verificare come l’azione fisica sia assolutamente imprescindibile e come la sfera digitale sia capace di offrire un’intorno di comunicazione e di organizzazione di tipo “aumentato”, vale a dire che va oltre le possibilità di organizzazione di qualsiasi azione prevalentamente fisica: tutto diventa decentralizzato e allo stesso tempo connesso e sincronizzato.</p>
<p>Questi processi sembrano inevitabili e possono diventare, in tempi relativamente brevi, normali processi di gestione locale. A quel punto potremmo cominciare a parlare di una veritiera Città Open Source, e quindi di una città aperta alla partecipazione pubblica.</p>
<p><strong>Referenze</strong></p>
<p>ANDERSON, C. (2009): Free. The future of a radical price, Hyperion, New York, 2009.<br />
AMENDOLA, G. (2000): La ciudad Postmoderna, Celeste Ediciones, Madrid, 2000.<br />
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SMIERS, J. (2007):“Abandonar el copyright: una bendición para los artistas, el arte, y la sociedad” (Traducción: KAMEN NEDEV).</p>
<p>Scritto in spagnolo da Domenico Di Siena. Tradotto all&#8217;italiano da Lina Monaco (<a title="Lina Monaco | Twitter" href="https://twitter.com/Li_m0">@Li_m0</a>) e Giuseppe Di Siena (<a title="ing. Di Siena Giuseppe | Twitter" href="http://twitter.com/ingDiSiena" target="_blank">@ingdisiena</a>).</p>
<p>Licenza d&#8217;uso <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5/" target="_blank">Creative Commons CC BY-SA 2.5</a> &#8220;Attribuzione &#8211; Condividi allo stesso modo&#8221;</p>
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		<title>Città Digitale – La città, la rete e la sua forma</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jun 2010 15:07:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2010/06/index_urbis_roma_feature.png"><img class="alignnone size-large wp-image-699" title="index_urbis_roma_feature" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2010/06/index_urbis_roma_feature-620x240.png" alt="" width="620" height="240" /></a></p>
<p>Sabato 12 giugno ho partecipato a uno dei Forum <strong>“Città Digitale – La città, la rete e la sua forma”, </strong>organizzato da <span style="font-weight: normal;"><strong>Paolo Valente</strong></span><strong> </strong>per<strong> </strong>la <a href="http://www.indexurbis.it/" target="_self">Festa dell’architettura di Roma</a>, evento di 4 giorni che si è tenuto presso alcuni padiglioni dell’<strong>ex mattatoio del Testaccio </strong>(<a href="http://www.macro.roma.museum/macro_future/visita_virtuale" target="_blank">MACRO Future</a>).</p>
<p>Vi lascio con una <a href="http://www.giuseppedisiena.it/2010/06/festa-dellarchitettura-di-roma-la-citta-digitale/" target="_blank">breve rassegna</a> scritta da <strong>Giuseppe Di Siena</strong> (mio fratello) nel <a href="http://www.giuseppedisiena.com" target="_blank">suo blog</a>.<span id="more-698"></span></p>
<blockquote><p>E’ il coordinatore <strong>Paolo Valente </strong>(<a href="http://arcorosca.blogspot.com/" target="_blank">Temperatura 2.0</a>) a introdurre dapprima una gentile rappresentante dell’assessore alla cultura del Comune di Roma, poi a presentare e moderare gli interventi in programma. <strong>Carlo Ratti</strong> (<a href="http://senseable.mit.edu/" target="_blank">SENSEable City MIT</a>) spiega che Copenaghen 30 anni fa era una città stracolma di auto come tante altre. Oggi il 50% degli spostamenti vi avviene in bicicletta. In proposito il MIT ha lavorato al progetto di una ruota in grado di recuperare energia nei percorsi in discesa o in fase di frenata, e di restituirla poi al ciclista nella coppia di pedalata. Tra le altre cose mostra uno studio che ha permesso di tracciare il percorso compiuto da comuni oggetti di consumo dopo essere diventati rifiuti, e un tetto d’acqua a scomparsa, realizzato nella città di Saragoza in occasione dell’Expo 2008. Secondo <strong>Andrea Granelli</strong> (<a href="http://www.firstdraft.it/2010/03/06/re-design-del-territorio/" target="_blank">re-design del territorio</a>) la fase di de-industrializzazione che stiamo vivendo deve indurci a un riprogetto dei luoghi. In Italia più volte è avvenuta una analoga reinvenzione dei luoghi, giacché non è affatto vero, come si potrebbe pensare, che le città storiche siano sempre rimaste uguali a se stesse.  Ogni città d’arte vive di due aspetti: l’uno fisico,  tangibile; l’altro simbolico, virtuale. E’ anche questo secondo che deve essere restituito al turista e le nuove tecnologie digitali possono contribuire in tal senso. Per <strong>Salvo Mizzi</strong> (<a href="http://twitter.com/ideeperilfuturo" target="_blank">Capitale Digitale</a>) per ordinare la città reale nel mondo virtuale occorre innanzitutto una “tassonomia”: una struttura col potere di “assegnare i nomi” che permetta di inquadrare in modo organico le infinite informazioni provenienti dagli innumerevoli ambiti di possibili letture. L’Italia, non tanto per la quantità del suo patrimonio storico-artistico, quanto per la <em>varietà</em> e <em>diversità</em> di quest’ultimo, si presterebbe a diventare il più grande laboratorio del mondo.<strong> Salvatore Iaconesi</strong> e <strong>Oriana Persico</strong> (<a href="http://www.neorealismovirtuale.com/" target="_blank">neorealismo virtuale</a>) presentano una casa editrice che non stampa libri cartacei, ma permette a ciascun cittadino di appropriarsi di un oggetto reale di dominio collettivo per aggiungervi, attraverso la rete internet, il proprio contributo individuale. Qualcosa di simile, spiega Salvatore, allo skateboardista che con la sua performance atletico-artistica riesce, per un momento, a dare il proprio valore a una panchina rotta. <strong>Carlo Infante</strong> (<a href="http://urbanexperience.ning.com/" target="_blank">Urban Experience</a>) paragona lo spazio pubblico di internet alla piazza rinascimentale italiana. I social network (come twitter) consentirebbero al singolo di fare politica con gesti concreti, di esprimersi come a volte in nessun altro modo è possibile. La storia produce informazione, ma anche il luogo produce informazione. La città di Torino, una città grigia ed operaia, ha scoperto un’insperata vocazione turistica solo a partire dalle olimpiadi invernali del 2006.</p>
<p>L’esigenza di trasferire concretamente lo spazio virtuale di internet allo spazio fisico reale è subito dichiarata da <strong>Domenico Di Siena</strong> (<a href="http://www.ecosistemaurbano.com" target="_blank">Ecosistema urbano</a>, Madrid).  Si limita per amor di efficacia e brevità a citare in modo pregnante almeno 3 punti essenziali.<strong>1)</strong> Internet non ci ha portato su altre strane dimensioni ma al contrario ha aumentato l’interesse per il locale. Il luogo ci rispecchia. Che sia bello o brutto si ripercuote sempre in qualche misura sulla nostra identità. <strong>2)</strong> La stessa tecnolologia  internet che ci ha aperto al mondo globale, ci ha riportato anche a un interesse locale, perciò la tecnologia permetterebbe -nelle due dimensioni- la cosiddetta “glocalizzazione”. <strong>3)</strong> Attraverso lo spazio pubblico virtuale della rete internet, il cittadino torna ad essere un “produttore”, non solo un “consumatore”. In effetti, in un significato che va al di fuori di quello prettamente commerciale, a partire dalla rivoluzione industriale il cittadino avrebbe smesso di produrre e creare lo spazio pubblico e si sarebbe limitato a usufruirne, solo consumandolo. Nella piazza del piccolo paese da cui Domenico proviene, un tempo era possibile venire a sapere tutto della collettività che vi ruotava attorno. La proposta  è di riportare in ambito fisico le qualità di condivisione del mondo virtuale. Tentativo realizzato a Madrid, dove su una parete di un edificio son state fisicamente visualizzate, mediante dispositivi led, le stesse informazioni locali che sarebbero apparse altrimenti solo su internet.</p></blockquote>
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		<title>“Sottovuoti”: concorso fotografico per una riflessione sui vuoti urbani</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jul 2009 14:20:32 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Architettura senza frontiere ONLUS, libera Associazione senza scopo di lucro impegnata nell’aiuto allo sviluppo economico, culturale e sociale organizza il concorso fotografico “Sottovuoti”.<br />
Il concorso fotografico è parte integrante di un più ampio lavoro di analisi e riflessione sui vuoti urbani, in particolare della città di Roma.<span id="more-347"></span><br />
Il concorso, ha per oggetto il vuoto che la città crea al suo interno. Potremmo considerare vuoti urbani quelle parti di città che mancano della struttura che costituisce la città stessa. La partecipazione è aperta a tutti i fotografi professionisti e non, senza limiti di età.<br />
La consegna degli elaborati deve avvenire entro le ore 13:00 del giorno 30 Luglio 2009.<br />
Premi:<br />
_ diritto all’iscrizione annuale gratuita ad Architettura senza Frontiere Onlus per l’anno in corso.<br />
_ le fotografie migliori verranno esposte in una mostra allestita all’Acquario Romano<br />
_ le 12 più meritevoli andranno a costituire il calendario Architettura Senza Frontiere Onlus 2010<br />
_ le più meritevoli avranno uno spazio dedicato sul sito</p>
<p>Informazioni:<br />
<strong>Architettura senza frontiere ONLUS</strong><br />
Piazza Manfredo Fanti 47 Roma<br />
c/o Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma<br />
Acquario Romano<br />
Tel: 06 97604508<br />
Fax: 06 44238897<br />
concorso.sottovuoti@gmail.com</p>
<p>Sito web di riferimento:<br />
<a href="http://www.artegiovane.it/frame.asp" target="_blank">http://www.artegiovane.it/frame.asp</a></p>
<p><strong>fonte:</strong> <a href="http://www.artjob.it/asp-lavoro-bbcc/concorsi-detail.asp?ID=1240" target="_blank">www.artjob.it</a></p>
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		<title>Reti sociali locali e spazi pubblici ibridi per la revitalizzazione urbana</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 10:23:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-235" title="vittika_flickr_365" src="http://urbanohumano.org/wp-content/uploads/2009/04/vittika_flickr_365.jpg" alt="vittika_flickr_365" width="365" height="154" /><br />
Da ormai qualche anno leggo con frequenza il sito <a href="http://www.eddyburg.it" target="_blank">Eddyburg</a>. Si tratta a mio giudizio di uno dei più interessanti siti in lingua italiana dedicato ai temi della gestione del territorio. Molte settimane fa prima della polemica del piano casa e poi del tragico evento del terremoto, si era acceso su questo sito un interessante dibattito riguardo al futuro degli spazi pubblici urbani. Rimasi colpito dalla linea generale di molti interventi, a mio giudizio poco &#8220;innovatori&#8221;.<br />
Mi é sembrato quindo opportuno scrivere al direttore per illustrare il mio personale punto di vista. Di seguito vi lascio il testo integrale della mia &#8220;carta al direttore&#8221;.<span id="more-234"></span><br />
Caro direttore,<br />
vorrei sottoporre alla sua attenzione e a quella di tutti i lettori di Eddyburg una riflessione sugli ultimi interventi sul tema della perdita di vitalità degli spazi pubblici.</p>
<p>Comincio dalla fine. Non posso essere d&#8217;accordo con chi afferma che lo svuotamento degli spazi pubblici debba attribuirsi a fenomeni quali lo sgretolamento della rete dei piccoli commerci di quartiere ed alla conseguente migrazione verso i centri commerciali della periferia o al fenomeno di privatizzazione e mercificazione degli stessi. Lei stesso nel suo <a href="http://eddyburg.it/article/articleview/12547/0/318/" target="_blank">ultimo editoriale</a> fa riferimento a questo tipo di fenomeni.</p>
<p>Sono convinto che esistono spiegazioni molto più interessanti, che individuano il problema nel carattere stesso di questi spazi, i quali già da molti anni hanno smesso di essere funzionali e di apportare valore aggiunto ai cittadini e alla cittadinanza; e nello straordinario processo di trasformazione che sta caratterizzando il nostro attuale stile di vita, caratterizzato da una forma di socialità basata su modelli e spazi di interazione completamente diversi da quelli conosciuti fino ad oggi.</p>
<p>E&#8217; certo che viviamo secondo un modello di cittadinanza in cui gli interessi economici sono liberi di promuovere qualsiasi tipo di trasformazione, con il potere politico immobilizzato dalla totale mancanza di visione di futuro o di una proposta sociale realmente contemporanea. Tuttavia, non sono affatto convinto che la privatizzazione sia la causa di questa trasformazione. Sono più propenso a considerare tale fenomeno come la &#8220;soluzione&#8221; più facile e più immediata che la società abbia saputo produrre. I privati, contrariamente ai gestori pubblici, sono capaci di promuovere velocemente nuove attività, riuscendo ad interpretare e a gestire in modo molto più &#8220;efficace&#8221; la realtà post-moderna legata alla società dello spettacolo.</p>
<p>Molto probabilmente, non é la mancanza di risorse economiche il motivo per cui gli enti pubblici locali si affidano ai privati per rivitalizzare gli spazi pubblici urbani. Si tratta piuttosto di una soluzione scaturita da una totale mancanza di lungimiranza politica, una facile scappatoia di fronte a un problema che non si sa come affrontare.</p>
<p>Dinanzi a un processo così travolgente e così sregolato, non posso pensare che si debba ancora credere al ritorno ad un modello del passato. Non posso credere che si parli ancora del negozietto di quartiere come la soluzione di tutti i mali.</p>
<p>Riflettiamo un attimo sui benefici offerti alla vitalità urbana dal piccolo commercio di quartiere. Il negoziante non é altro che il nucleo di una rete di contatti tra vicini. Questa rete definisce, o meglio contribuisce a definire l&#8217;identità ed il carattere del luogo in cui vivono i clienti: il quartiere. Grazie all&#8217;anello di congiunzione costituito dal negoziante, un certo numero di vicini si scambiano due parole. Comunicano. Percepiscono l&#8217;umore, i pensieri e le preoccupazioni di coloro che vivono alla porta accanto. Vedono e costruiscono un briciolo di comunità.</p>
<p>Troppo spesso lo si considera come l&#8217;elemento di vitalità urbana per eccellenza o forse l&#8217;ultimo che ancora ci é rimasto. Ma è davvero quello che vogliamo? Non possiamo pensare a niente di meglio? Non capisco perché di fronte a un problema o un cambiamento, l&#8217;unica soluzione che sappiamo proporre é un ritorno alla situazione anteriore al problema o anteriore al cambiamento. E se pensassimo a un nuovo modello di spazio pubblico?</p>
<p>Caro direttore, lei nel suo editoriale fa un doveroso appello affinché si torni a dare importanza alla disciplina urbanistica, ridare forza alla pianificazione urbana; parla di &#8220;governo delle trasformazioni&#8221;. Poi però si lascia andare ad una poco propositiva nostalgia per il passato.</p>
<p>Non capisco. Di che protagonismo dell&#8217; urbanistica stiamo parlando? E soprattutto di che trasformazioni stiamo parlando?</p>
<p>Siamo a ridosso del 2010, viviamo nell&#8217; era delle reti. Non possiamo continuare a parlare di spazi pubblici e di relazioni sociali senza fare i conti con ciò che sta avvenendo in internet. O forse vogliamo ancora credere che anche internet sia tra le cause dello svuotamento degli spazi pubblici?</p>
<p>Stiamo assistendo ad un progressivo svuotamento degli spazi pubblici. D&#8217;accordo. L&#8217;attuale modello di vita spinge la grande maggioranza dei cittadini ad utilizzarli unicamente come via di transito. Come conseguenza l&#8217;unica funzione (importante) che continuano a svolgere é garantire l&#8217;indispensabile libertà che costituisce l&#8217;essenza stessa della cittadinanza.</p>
<p>Tuttavia, prima di correre diritti a cercare soluzioni del passato, credo che sarebbe utile capire bene che cosa sta succedendo nelle nostre vite quotidiane. Capire se sentiamo veramente la necessità di &#8220;vivere&#8221; questi spazi.</p>
<p>Fino ad oggi abbiamo disegnato gli spazi pubblici pensando nelle attività che vi si svolgevano o nelle esigenze scenografiche degli elementi architettonici che li circondano. Oggi che la società sembra aver transladato la maggior parte delle sue tradizionali attività in altri luoghi (spesso privati), non possiamo più continuare a progettare seguendo questo schema. Dobbiamo fare uno sforzo in più. Guardare un po&#8217; più avanti e ripensare a quale potrebbe e dovrebbe essere la funzione che deve svolgere lo spazio pubblico, e solo successivamente definirne le caratteristiche e le qualità: il disegno.</p>
<p>Generazione dopo generazione. Le nostre strade. Le nostre piazze. Subiscono mutazioni continue adattandosi alle attività che in esse svolgiamo. Le adattiamo alla produzione e scambio di merci, poi al transito delle carrozze, quindi delle macchine, poi ritorniamo sui nostri passi e privilegiamo il transito e l&#8217; accesso pedonale.</p>
<p>Dobbiamo smettere di inseguire le trasformazioni. Adesso tocca a noi. Professionisti e cittadini, dobbiamo ritornare a essere i protagonisti. Tocca a noi immaginare e coordinare in modo collettivo le attività che vi si svolgeranno.</p>
<p>E&#8217; giunto il momento di chiudere questa rincorsa alle attività e mettere l&#8217;accento sulla funzione che vogliamo che abbiano.</p>
<p>Se vogliamo che ritornino ad essere vivi e pieni di relazioni sociali, di attività politica nel senso di affermazione stessa della cittadinanza, allora probabilmente dobbiamo riflettere su come si manifestano oggi giorno tali funzioni e come pensiamo che si manifesteranno nel futuro.</p>
<p>Non credo si possa dubitare del fatto che le nuove tecnologie e soprattutto internet stanno già offrendo eccezionali opportunità per quanto riguarda questo ed altri tipi di relazioni. Molti opineranno che si tratta di un fenomeno che ha poco a che vedere con la città e con gli spazi &#8220;fisici&#8221;; io invece penso esattamente il contrario.</p>
<p>Il processo delle relazioni e il nostro stile di vita definisce senza alcun dubbio il carattere delle nostre città. Conseguentemente se l&#8217;importanza dello spazio pubblico sta nella creazione di relazioni e scambio di ogni tipo, quando passiamo alla progettazione o programmazione degli stessi, dobbiamo necessariamente introdurre un nuovo &#8220;materiale&#8221;; lo stesso di cui internet é pieno: le relazioni sociali, appunto. Un materiale intangibile con il quale non siamo abituati a progettare. In definitiva ci troviamo di fronte alla necessità di pensare a un nuovo modello di spazio pubblico, dove possano confluire, catalizzarsi e visualizzare le reti sociali locali, fisiche e &#8220;virtuali&#8221;.</p>
<p>Riassumendo. Di fronte ad un chiaro processo di impoverimento degli spazi pubblici, piuttosto che un &#8220;misero&#8221; ritorno al passato dobbiamo avere il coraggio e la capacità di guardare al futuro; cimentarci nel disegno di un nuovo tipo di spazio pubblico progettato pensando a come migliorare la sua funzione sociale senza limitarci ad adattarlo esclusivamente alle sue normali e &#8220;indispensabili&#8221; attività vitali.</p>
<p>Per agire in questa direzione sarà necessario rafforzare le dinamiche di formazione e sviluppo delle reti sociali locali. Offrire loro la possibilità di &#8220;crescere&#8221; in un nuovo tipo di spazio urbano. Uno spazio pubblico ibrido che utilizzi lo &#8220;spazio delle relazioni telematiche&#8221; come una opportunità per accrescere la comunicazione fra vicini di quartiere; permettere alle nuove dinamiche di &#8220;comunicazione continua&#8221; di rafforzare il sentimento di appartenenza ad una comunità locale; offrire le infrastrutture necessarie a far nascere nuove funzioni e nuovi caratteri gestite direttamente dai cittadini, basandosi su regole di funzionamento dettate più dal &#8220;bene comune&#8221; che dalle leggi del mercato.</p>
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		<title>Insegnare scrivendo un urban blog, succede a Lecce</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 12:43:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;insegnamento può diventare un piacere se fatto attraverso i mezzi che i ragazzi ritengono più divertenti. Ecco perché una intera classe di Lecce ha deciso di gestire l&#8217;urban blog dedicato alla loro città: scrivere diventa conoscere, apprendere e divertirsi. E&#8217; innegabile che uno dei grandi ostacoli all&#8217;insegnamento sia la noia che gli studenti provano nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;insegnamento può diventare un piacere se fatto attraverso i mezzi che i ragazzi ritengono più divertenti. Ecco perché una intera classe di Lecce ha deciso di gestire l&#8217;urban blog dedicato alla loro città: scrivere diventa conoscere, apprendere e divertirsi.<span id="more-205"></span></p>
<p>E&#8217; innegabile che uno dei grandi ostacoli all&#8217;insegnamento sia la noia che gli studenti provano nei confronti dell&#8217;insegnamento stesso.<br />
Si è sempre detto e sostenuto che se i metodi di insegnamento fossero più vicini ai ragazzi a cui si insegna, più divertenti e meno prolissi, l&#8217;insegnamento diverrebbe facilitato e la cultura un divertimento: è per questi motivi che un&#8217; intera classe dell&#8217; ITC Costa di Lecce (http://lecce.blogolandia.it), ha deciso di portare avanti l&#8217;urban blog della propria città all&#8217;interno del network Blogolandia.<br />
In questo modo i ragazzi hanno la possibilità di conoscere meglio la propria realtà, approfondire il rapporto con essa, e contemporaneamente riescono ad esprimere se stessi attraverso un mezzo a loro congeniale come il blog su Internet, rimanendo nei canoni del rispetto delle leggi e della divulgazione imparziale.<br />
Blogolandia.it si dimostra quindi anche un ottimo mezzo didattico per le scuole che trovano problemi a far avvicinare i ragazzi all&#8217;attività giornalistica e al lavoro di gruppo.</p>
<p>Per informazioni su Blogolandia: Rudy Bandiera info@blogolandia.it</p>
<p>web: <a href="http://www.blogolandia.it/" target="_blank">Blogolandia</a></p>
<p>fonte: <a href="http://www.comunicati-stampa.net/com/cs-46679/Blogolandia_nuova_formula_didattica_di_insegnamento" target="_blank">www.comunicati-stampa.net</a></p>
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		<title>strumenti per la competitività delle città: gli urban center</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Oct 2008 12:16:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con il termine urban center si indicano quelle strutture, pubbliche e pubblico-private, che da alcuni anni operano anche in Italia nell’ambito delle politiche urbane. Il loro sviluppo si può ricondurre ai tentativi di rispondere alla generale crisi delle suddette politiche, acuitasi in diversi paesi negli anni ottanta, e a cui si è cercato di rispondere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il termine urban center si indicano quelle strutture, pubbliche e pubblico-private, che da alcuni anni operano anche in Italia nell’ambito delle politiche urbane. Il loro sviluppo si può ricondurre ai tentativi di rispondere alla generale crisi delle suddette politiche, acuitasi in diversi paesi negli anni ottanta, e a cui si è cercato di rispondere con diversi strumenti, quali i piani strategici ed il partenariato pubblico-privato. Non essendo in vigore nessuna legge nazionale, o regionale, che ne prevede l’istituzione, il quadro complessivo nazionale presenta differenze rilevanti, seppur non sostanziali, tra caso e caso.<span id="more-113"></span><br />
Il dibattito nazionale si è sviluppato significativamente a partire dal 2005(1), grazie al ruolo di enti quali l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), ma la bibliografia specifica in materia è ancora ridotta e la difficoltà di comprensione dall’esterno permane.<br />
In Italia i primi urban center sono stati creati &#8211; dopo un dibattito quasi ventennale &#8211; verso la fine degli anni novanta, in città di dimensioni medio-grandi, ad opera delle amministrazioni locali, talvolta di concerto con soggetti pubblici e privati: alcuni con l’obiettivo di presentare i progetti urbani, altri allo scopo di permettere una definizione allargata degli stessi. Negli ultimi anni queste strutture si sono diffuse in città di varie dimensioni, sempre più spesso con funzioni documentali, partecipative ed analitiche, allo scopo di accompagnare i nuovi piani urbanistici, strategici e strutturali. Proprio in virtù di questa diffusione, molti operatori e studiosi sentono l’esigenza di costruire un insieme di conoscenze comuni(2), nonché di confrontarsi con quanto viene fatto all’estero. Amministratori pubblici, ricercatori, associazioni ed imprese guardano infatti a questi progetti con crescente interesse. Nel solo biennio 2006/2007 sono stati annunciati una quindicina di progetti in tutta Italia, ma con una generale carenza di dettagli per quanto riguarda gli obiettivi e le scadenze dei singoli centri. Un insieme organizzato di casi, riferimenti ed indicazioni di sviluppo, può quindi costituire uno strumento significativo per tutti i soggetti impegnati o solamente interessati nello strumento urban center, affinché ne conoscano le potenzialità come le necessità gestionali.<br />
La ricerca in questione si è svolta tramite il confronto con gli operatori ed i responsabili, l’analisi delle strutture e dei risultati prodotti, seguendo il dibattito interno e i primi studi comparsi in questi anni. Si è inoltre cercato di combinare l’attenzione per gli aspetti gestionali con quelli operativi, e di individuarne tratti comuni, posto che ogni struttura opera con mission e caratteristiche definite di volta in volta dal contesto, con l’obiettivo generale di rendere le trasformazioni urbane e le città stesse oggetti più comprensibili e meno conflittuali per i soggetti e gli attori interessati.<br />
Uno studio dell’insieme degli interventi ed articoli pubblicati sugli urban center fa emergere un dato poco conosciuto(3): la volontà di costituire centri per innovare le politiche urbane era già presente più di venti anni fa. La proposta di studiare i casi stranieri e di avviare dei progetti anche in Italia viene portata avanti dall’INU a partire dai primi anni ottanta, ma senza immediati riscontri. Attorno alla metà degli anni novanta sembrano esservi maggiori possibilità di riuscita, ma bisognerà aspettare il decennio successivo per vedere l’affermarsi di questo strumento nel nostro paese. Nei primi anni ottanta le amministrazioni di alcune grandi città valutarono, per proposta dell’INU, di dotarsi di case della città, strutture che avrebbero dovuto riprendere il modello dei casi britannici impegnati nell’intervento nell’ambito delle politiche urbane, con una maggior impronta museale, sulla storia della città e temi analoghi. Si tratta di un processo non approfondito ma che può aiutare a interrogarsi sulle generali condizioni del dibattito urbanistico e della pubblica amministrazione. In questa occasione, l’istituto aveva tentato di promuovere la creazione di tali strutture in diverse città italiane, tramite pubblicazioni ed attività di lobbying. Tra i primi anni ottanta e i primi anni novanta, alcuni soci dell’istituto illustrarono le esperienze straniere di riferimento e cercarono di preparare il terreno per l’avvio di un dibattito interno alle amministrazioni locali, intervenendo con articoli, proposte e studi. Nel 1984 l’INU pubblicò un dossier, curato da Giulio Tamburini, sulle esperienze internazionali. Contemporaneamente, diversi esponenti dell’istituto avviarono contatti informali con amministratori e politici, cercando di sollecitarli alla creazione di simili strutture anche nel nostro paese, tramite la presentazione di proposte per i casi specifici e avviando un confronto con gli amministratori locali. Lo sforzo non sortì però gli effetti desiderati.<br />
Se i primi risultati arrivarono alla fine degli anni novanta, in realtà già precedentemente si era delineato un altro progetto per creare dei centri a livello cittadino, e amministratori e tecnici avevano discusso a fondo su come dotarsi di tali strutture allo scopo di avviare pratiche comunicative e partecipative intorno alla pianificazione. La ragione dell’avvio di questo dibattito è da ritrovarsi nella possibilità di finanziamento da parte dell’allora Ministero dei Lavori Pubblici per la creazione di urban center in diverse città italiane (Mangoni, 1996). Il progetto di finanziamento è poi decaduto, ma intanto molte amministrazioni comunali avevano già avviato un confronto interno in questa direzione. A Milano si era proceduto alla valutazione di un progetto grazie all’impegno della locale sezione dell’In/Arch, della Camera di Commercio cittadina e dell’Istituto di Ricerca Sociale (Irs) già dalla fine degli anni ottanta.<br />
Ad osservare quanto accaduto nei quasi vent’anni successivi si possono trovare due elementi di radicale cambiamento, per quanto con risultati discontinui: da una parte l’insieme di riforme sulle funzioni della pubblica amministrazione e dall’altra l’evoluzione della materia urbanistica. Questi due processi hanno permesso che maturassero le condizioni affinché simili strutture potessero essere considerate necessarie e disponessero così del clima adatto per essere ‘accettate’. Molti operatori e studiosi trovano riferimento nella attività di comunicazione pubblica(4), posta come funzione strategica dell’operato della pubblica amministrazione dalle leggi n. 142/1990 e n. 241/1990, e poi codificata ed articolata nella legge n. 150/2000. I nuovi strumenti della prassi urbanistica &#8211; segnati dal superamento dello strumento gerarchico del Prg (come previsto dalla legge n. 1150 del 1942) &#8211; vengono infine presi in carico dalle regioni che, dalla fine degli anni novanta, varano le proprie leggi in materia di governo del territorio. In diversi casi (si guardi ai casi di Emilia-Romagna e Veneto) queste prevedono pratiche di confronto e negoziazione internamente al processo decisionale, il ricorso a strumenti complessi quali i Piani Strategici o Strutturali, e l’allargamento delle tipologie di attori coinvolti. Questo insieme di fattori ha agevolato la ricerca di nuovi strumenti di coordinamento ed informazione quali, appunto, gli urban center. Se si guarda a due delle prime strutture create, Casa della Città di Napoli ed Urban Center Pesaro, si capisce come siano stati decisivi nella definizione del progetto la prospettiva di servizio e l’orientamento all’implementazione del processo decisionale tramite le attività di comunicazione e di partecipazione. Alcuni centri nascono come strumento attuativo o di accompagnamento del Piano Strategico cittadino (Trento, Ravenna, Torino, Venezia), altri sono i centri previsti con queste finalità (Asti, Bolzano e Ferrara).<br />
Attualmente una rassegna completa delle realtà attive a livello internazionale non è disponibile. Incrociando, però, quanto emerge da convegni, risorse on line(5) e studi, i casi si concentrano in paesi europei quali Francia, Olanda, Germania e Gran Bretagna, ed in Australia, Giappone, India e Stati Uniti. Questi urban center si presentano come strutture neutrali &#8211; di volta in volta associazioni, centri di ricerca, fondazioni e padiglioni espositivi &#8211; e nelle realtà britanniche e statunitensi, le funzioni di formazione e di patrocinio rispetto alle politiche urbane sono primarie. Le prime esperienze si registrano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti a partire dagli anni sessanta e settanta. Si tratta di strutture generalmente indipendenti e neutrali rispetto ai progetti pubblici e privati, impegnate in attività di formazione e patrocinio rivolte all’insieme degli attori coinvolti nelle politiche urbane. Questo orientamento alla ricerca e al miglioramento delle politiche urbane è comune anche a centri attivi in Giappone quali il Fukuoka Asian Urban Research Center e il Nagoya Urban Institute, e al Urban Design Research Institute (UDRI) di Mumbai.<br />
Quest’ultimo è una fondazione di interesse pubblico che, tramite il contributo di urbanisti, economisti e sociologi, ha il compito di agevolare il dibattito e proposte sulla condizione dell’ambiente costruito della città indiana.<br />
Gli urban center statunitensi sono fortemente caratterizzati da una mission civica, ovvero dall’obiettivo di migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche e, nello specifico, di quelle urbane (mobilità, edilizia pubblica, infrastrutture, progetti privati, etc.). Questo si traduce nel tentativo di stimolare il dibattito con mostre, convegni e pubblicazioni e nella volontà di dotare la cittadinanza di strumenti e competenze per incidere nel processo delle trasformazioni urbane. Il loro profilo gestionale li caratterizza come attori neutri rispetto all’amministrazione pubblica, alla politica e alle imprese: sono associazioni, fondazioni e centri studi collegati ad università (si veda il caso del Pratt Center for Community Development – PCCD) creato come organizzazione non-profit dal Pratt Insitute di Brooklyn, a New York.<br />
Altre tipologie di urban center, diffuse omogeneamente tra Europa, America del Nord ed Asia sono strutture maggiormente concentrate sulla documentazione dell’evoluzione delle singole città. Si tratta di fondazioni di carattere pubblico, come di strutture gestite da amministrazioni cittadine, università ed associazioni di architetti e di costruttori. Questi centri combinano il focus principale, quello urbanistico-architettonico, con l’attenzione ai processi sociali ed economici, nel tentativo di restituire la complessità dei fenomeni urbani. Le mostre ed esposizioni, nelle sedi stesse dei centri, sono dedicate a temi quali architettura, i grandi progetti del passato, l’edilizia pubblica, la mobilità e spesso sono assimilabili a mostre di fotografia ed esposizioni multimediali secondo un modello già affermato. Le loro attività comprendono anche l’organizzazione di incontri e seminari (anche su temi di attualità politica e scientifica), la gestione di archivi (pubblicazioni, fotografie ed altri materiali) nell’obiettivo di offrire una ricostruzione dettagliata dei processi che hanno accompagnato lo sviluppo di città spesso peculiari. Tra le attività ‘minori’ ma dal forte valore il Museum of Sydney organizza una serie di passeggiate per la città, le ‘architecture walks’(6), condotte da architetti che guidano residenti, studiosi e visitatori attraverso luoghi e temi della storia urbanistica e sociale della città.<br />
In generale queste strutture sembrano avere lo scopo di documentare l’evoluzione di città, per cui è peculiare o di interesse promuovere una visione consapevole dell’evoluzione del tessuto urbano.</p>
<p>Nota: La versione integrale di questo articolo è pubblicata in <a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.ticonzero.info');" href="http://www.ticonzero.info/">www.ticonzero.info</a></p>
<p><em>Note:</em><br />
1. Cfr Urbanistica Informazioni n. 205, 2005.<br />
2. Cfr. Atti della giornata studio ‘Urban center: realtà a confronto’, 23 giugno 2006, Centro Culturale Candiani, Mestre (VE).<br />
3. Queste informazioni sono basate su un’intervista telefonica all’Architetto Simone Ombuen, ricercatore presso l’Università Roma Tre, dedicata al processo di promozione dello strumento casa della città da parte dell’INU presso le amministrazioni cittadine negli anni ottanta.<br />
4. Cfr. Atti del Convegno Urban Center: una casa di vetro perle politiche urbane. Stili, modelli e forme interpretative per l’informazione, la partecipazione e la costruzione condivisa delle nuove strategie di trasformazione della città, 9 novembre 2006, Venezia.<br />
5. Cfr. il sito web <a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.planum.net');" href="http://www.planum.net/webcompass/best-feb05-it.htm">http://www.planum.net/webcompass/best-feb05-it.htm</a>, curato da Davide Paganotti, un’ampia rassegna sugli urban center in Italia e nel mondo.<br />
6. Cfr tra gli altri, il sito web <a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.hht.net.au');" href="http://www.hht.net.au/museums/mos/exhibitions#architect">http://www.hht.net.au/museums/mos/exhibitions#architect</a></p>
<p><strong><em>Bibliografia<br />
</em></strong>Andriello V. 1998. <em>Caratteri e prospettive di sviluppo della Casa della Città di Napoli</em>. Comune di Napoli, Napoli.<br />
Comune di Pesaro, Istituto per la Ricerca Sociale. 1999. <em>La costruzione dell’Urban Center nella prospettiva della pianificazione strategica</em>. Comune di Pesaro/Irs, Pesaro.<br />
Fareri P. 1995. <em>Urban Center. L’esperienza statunitense</em>. Camera di Commercio, Milano.<br />
Mangoni F. 1996. <em>L’Inu per gli Urban Center</em>, Urbanistica Informazioni, n. 149.<br />
Morgante M. 2005. ‘Tra documentazione e interazione, le prospettive degli Urban Center in Italia’, <em>Urbanistica Informazioni</em>, n. 201.<br />
Risso E. 2004. <em>La porta aperta sul futuro. Appunti e idee per l’Urban Center di Monza</em>. Pubblica/swg, Milano.</p>
<p>Più in generale si vedano le seguenti riviste:<br />
Edilizia e Territorio: 22-27 maggio 2006, 25-30 Giugno 2007 (Il Sole 24 Ore, Milano)<br />
Urbanistica Informazioni n. 149/1996, n. 201/2005, n. 202/2005, n. 209/2006. (INU Edizioni, Roma)<br />
<strong><em><br />
Riferimenti online</em></strong><br />
<em>Rassegna curata da Davide Paganotti</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.planum.net');" href="http://www.planum.net/webcompass/best-feb05-it.htm">http://www.planum.net/webcompass/best-feb05-it.htm</a></p>
<p>Urban center internazionali:</p>
<p><em>Pavillon de l’Arsenal de la Ville de Paris</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.pavillon-arsenal.com');" href="http://www.pavillon-arsenal.com/home.php">http://www.pavillon-arsenal.com/home.php</a><br />
<em>Reseau des Maisons de l’Architecture de France</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.ma-lereseau.org');" href="http://www.ma-lereseau.org/">http://www.ma-lereseau.org/</a><br />
<em>Fukuoka Asian Urban Research Center, The</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.urc.or.jp');" href="http://www.urc.or.jp/english/index.html">http://www.urc.or.jp/english/index.html</a><br />
<em>Nagoya Urban Institute</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.nui.or.jp');" href="http://www.nui.or.jp/english/outbody.htm">http://www.nui.or.jp/english/outbody.htm</a><br />
<em>Architecture Center Network</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.architecturecentre.net');" href="http://www.architecturecentre.net/">http://www.architecturecentre.net/</a><br />
<em>Chicago Architecture Foundation</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.architecture.org');" href="http://www.architecture.org/">http://www.architecture.org/</a><br />
<em>Pratt Center for Community Development (New York)</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.prattcenter.net');" href="http://www.prattcenter.net/index.php">http://www.prattcenter.net/index.php</a><br />
<em>San Francisco Planning and Urban Research Association</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.spur.org');" href="http://www.spur.org/">http://www.spur.org/</a><br />
<em>Museum of Sydney</em><br />
<a onclick="javascript:urchinTracker ('/outbound/article/www.hht.net.au');" href="http://www.hht.net.au/museums/mos/main">http://www.hht.net.au/museums/mos/main</a></p>
<p><a title="Articoli scritti da: Restuccia Michele" href="http://www.tafter.it/author/michele-restuccia/">Restuccia Michele</a></p>
<p>fonte del articolo: <a href="http://www.tafter.it/2008/10/17/nuovi-strumenti-per-la-competitivita-delle-citta-gli-urban-center/" target="_blank">www.tafter.it</a></p>
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		<item>
		<title>la dimensione pubblica delle nostre vite&#8230;sta scomparendo</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jan 2008 13:11:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Spegnere la dimensione pubblica della personalità e della vita di ciascuno di noi è uno dei risultati più preoccupanti delle tendenze prevalenti nel mondo contemporaneo. Un momento significativo, e un passaggio pratico particolarmente insidioso, nei quali tali tendenze si esprimono è rappresentato dalle trasformazioni cui è sottoposta la condizione urbana d’oggi. Tratto da un interessante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Spegnere la dimensione pubblica della personalità e della vita di ciascuno di noi è uno dei risultati più preoccupanti delle tendenze prevalenti nel mondo contemporaneo. Un momento significativo, e un passaggio pratico particolarmente insidioso, nei quali tali tendenze si esprimono è rappresentato dalle trasformazioni cui è sottoposta la condizione urbana d’oggi.</em></p>
<p>Tratto da un interessante <a href="http://eddyburg.it/article/articleview/10385/0/10/" target="_blank">articulo</a> del sito <a href="http://www.eddyburg.it" target="_blank">eddyburg.it</a></p>
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		<title>La biblioteca: un nuovo spazio pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Sep 2007 17:26:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ripensare la biblioteca come un nuovo luogo di aggregazione che invita i cittadini ad esplorare e fare esperienze di conoscenza. Non più schiere di scaffali polverosi e luci soffuse ma luoghi accoglienti, con spazi per ogni genere di attività culturale&#8230; A partire dagli anni ‘90 le biblioteche hanno iniziato a perdere d’attrattività in quanto luoghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ripensare la biblioteca come un nuovo luogo di aggregazione che invita i cittadini ad esplorare e fare esperienze di conoscenza. Non più schiere di scaffali polverosi e luci soffuse ma luoghi accoglienti, con spazi per ogni genere di attività culturale&#8230;<br />
<span id="more-29"></span></p>
<p>A partire dagli anni ‘90 le biblioteche hanno iniziato a perdere d’attrattività in quanto luoghi per accedere all’informazione. Le fonti alternative di conoscenza ne hanno favorito la crisi. Una crisi che si è rivelata un’opportunità in Gran Bretagna. Un’indagine di mercato, effettuata su un ampio campione della popolazione londinese, ha rivelato i punti deboli delle biblioteche e ha permesso di ripensare ad un nuovo concetto di spazio bibliotecario in relazione a 3 parole chiave: <strong>Library</strong>, rinnovo della biblioteca, nuova vita nella rete di biblioteche, trasportate nell’era dell’informazione; <strong>Learning</strong>, centro di formazione permanente e centro di formazione on-line e diretta; <strong>Information,</strong> presentazione delle proposte documentarie e di formazione attraverso una strategia di comunicazione studiata per attirare nuovi utenti e fidelizzare quelli esistenti.</p>
<p>continua su:<a href="http://www.tafter.it/dettaglio.asp?id=3298" target="_blank"> http://www.tafter.it</a></p>
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		<title>La città diffusa puó essere sostenibile?</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Feb 2007 17:43:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per un corso di dottorato, sto lavorando ad un piccolo lavoro di ricerca dedicato al concetto di &#8220;città diffusa&#8221; associato a quello delle &#8220;nuove tecnologie&#8221;. Il termine città diffusa (o &#8220;area urbana&#8221;) potrebbe definire ció che fino ad oggi abbiamo chiamato &#8220;metropoli&#8221; o &#8220;area metropolitana&#8221;. La teoria che vorrei portare avanti é che la cittá [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per un corso di dottorato, sto lavorando ad un piccolo lavoro di ricerca dedicato al concetto di &#8220;città diffusa&#8221; associato a quello delle &#8220;nuove tecnologie&#8221;.<br />
Il termine città diffusa (o &#8220;area urbana&#8221;) potrebbe definire ció che fino ad oggi abbiamo chiamato &#8220;metropoli&#8221; o &#8220;area metropolitana&#8221;.<br />
<span id="more-10"></span> La teoria che vorrei portare avanti é che la cittá diffusa in sé non costituisce un fenomeno negativo. Negativa é la maniera in cui si sta costruendo.<br />
Proprio come una città si forma di tanti quartieri ognuno dei quali puó godere di un certo grado di vita ed identità propria, la città diffusa potrebbe considerarsi come una rete di piccole città.<br />
Negativo é il processo che porta alla formazione di un centro e di una periferia. Un città diffusa intesa come una vasta area dove la qualità urbana si mantiene più o meno costante non comporta necessariamente tale fenomeno.<br />
Il problema non é tanto l&#8217;espanzione della città ma piuttosto il fenomeno di fragmentazione che ne deriva. Oggi infatti la città diffusa si caratterizza per la formazione di aree omogenee indipendenti ed isolate, collegate tra loro attraverso grandi infrastrutture urbane e tecnologie di comunicazione avanzate.<br />
Aumentando le dimensioni di una città aumentano le distanze medie percorse, quindi aumenta la quantità di macchine presenti in strada allo stesso momento. La soluzione non puó essere la costruzione di infrastrutture sempre piú grandi; al contrario é necessario ridurre le distanze da percorrere, avvicinandoci il più possibile a distanze misurabili a scala umana.<br />
Consiero cruciale un cambiamento della politica della mobilità. Per quanto possa sembrare assurdo credo che quanto piú lenti possiamo spostarci piú sostenibile sará la mobilità di una città. Su questo concetto ritorneró piú avanti.<br />
Come conciliare quindi le grandi dimensioni di una città diffusa con la necessità (alcuni la definirebbero &#8220;un diritto&#8221;) di movimento? In questo internet ci puó aiutare; piú avanti vedremo come.</p>
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