Shareable City. Migliorando la città insieme ai nostri vicini di casa. | URBANOHUMANO
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Shareable City. Migliorando la città insieme ai nostri vicini di casa.

Prima di tutto, mi presento. Mi chiamo Domenico Di Siena e sono un Urbanista e Ricercatore. Il mio campo di lavoro è la ricerca sulle nuove opportunità che ci offrono le tecnologie di comunicazione per migliorare le città attraverso il coinvolgimento dei cittadini.

Da più di 12 anni mi trovo fuori dall’Italia, sono stato prima in Francia poi in Spagna ed ora in Inghilterra. Parte del mio lavoro è partecipare a convegni e gruppi di lavoro che si propongono di riflettere sul presente e sul futuro delle città.

Questo mese, grazie all’invito dell’associazione Architetti di Strada, ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro presso l’Urban Center di Bologna (http://www.urbancenterbologna.it/), riconosciuto a livello internazionale. Lì ho avuto modo di conoscere molte delle interessanti attività promosse dalla cittadinanza nel territorio della città e dintorni.

Durante l’incontro ho presentado alcuni dei punti salienti delle mie ultime ricerche volte a spostare l’attenzione dal modello delle “città creative” ad uno che potremmo chiamare delle “città della conoscenza”. Si tratta di promuovere un nuovo approccio che passa da un modello basato sulla creazione di prodotti e servizi efficienti, ad un modello basato sulla gestione delle informazioni e la produzione di conoscenza; un modello meno dipendente dalle grandi infrastrutture e capace di premiare le capacità auto-organizzative dei cittadini.

A Bologna ho parlato di Shareable Cities, cioè di Città Condivise, che offrono ai residenti la possibilità di protagonizzare processi di condivisione attraverso i quali creare comunità più solidarie e quindi più vivibili.

La crescente capacità di comunicazione ed organizzazione dei cittadini è oggi in grado di influenzare il nostro modello di vita fino a promuovere ingenti processi di trasformazione del territorio (urbano o rurale). Ci troviamo di fronte ad un nuovo fenomeno che possiamo denominare “Intelligenza Collettiva Localizzata” dove gli scambi di informazione e di opinioni tra le persone possono promuovere una maggiore coscienza di appartenenza a un territorio e quindi aprire nuove opportunità di sviluppo.

Per percorrere questa nuova strada è necessario riscoprire l’importanza della facilità di acceso all’informazione e ai nuovi sistemi di organizzazione in rete capaci di restituire un nuovo protagonismo ai cittadini. Bologna è stata pioniera in questo senso, promovendo le prime reti civiche negli anni Novanta, mentre oggi diventa lo scenario di uno dei progetti di cittadinanza attiva (totalmente dal basso) più interessanti in Italia: si tratta di SocialStreet (http://socialstreet.it) che utilizza tutta la potenzialità delle piattaforme dei Social Media per riavvicinare gli abitanti di una stessa strada, invitarsi a conoscere e quindi a scambiare risorse e conoscenza.

Storicamente abbiamo utilizzato la tecnologia per aumentare la produttività, migliorare l’efficacia di determinati processi ed abbassarne i costi. Abbiamo usato la tecnologia per ottener velocità sempre maggiori ad un costo sempre più basso. Questo succede anche per i nostri spostamenti, che sono diventati sempre più veloci e meno costosi. Come conseguenza tendiamo a minimizzare l’importanza dello spazio della città limitando la nostra attenzione a pochi punti facilmente riconoscibili, spesso relazionati con attività specifiche quali il lavoro, la casa o lo shopping.

Potremmo anche dire che la città è diventata per ognuno di noi un semplice sistema di punti, diverso per ogni persona, in cui si concentrano la maggior parte delle nostre attività. Questo modello richiede alle città di dotarsi di infrastrutture ingombranti che possono costituire una spesa economica crescente oltre che un impatto negativo e irreversibile sul territorio.

E’ evidente che quanto più rapidamente ci spostiamo da un punto ad un altro, meno interesse dedichiamo a ciò che è in mezzo. La conseguenza è la riduzione dello spazio urbano ad una serie di attrazioni interconnesse tra loro. In questo modo la città perde molta della sua forza vitale; non ci sono sorprese, nessuna serendipità dal momento che i nostri movimenti sono sempre gli stessi e sempre diretti verso luoghi che già conosciamo.

Dove sono le persone, i nostri vicini?

Abbiamo bisogno di ritornare a vivere lo spazio in tutta la sua continuità. Vivere e abitare uno spazio, un territorio o una città dovrebbe voler dire cercare le “opportunità” partendo da ciò che abbiamo vicino senza necessariamente ricorrere sempre e solo a ciò che già conosciamo, si trovi dove si trovi. Dobbiamo passare da un modello dipendente dagli spostamenti e dalla velocità, ad uno in cui sono i cittadini il potenziale elemento di valore e opportunità.

È assolutamente necessario smettere di usare la tecnologia per promuovere un incremento dei consumi. Usiamola invece per facilitare processi di scambio, apprendimento e auto-organizzazione (Shareable City).

Diversamente da quanto hanno pensato in molti, le tecnologie dell’informazione iniziano a favorire uno stile di vita che promuove un maggiore interesse per lo spazio e le persone che ci circondano. Ne è un esempio straordinario il fenomeno dei Makers, che hanno integrato le proprie competenze ed il proprio entusiasmo cresciuto nell’ambito della cultura digitale veicolandolo verso un nuovo interesse molto più tangibile come la produzione di nuovi oggetti e articoli attraverso macchine e stampanti 3D. I Makers, che non sono altro che gli artigiani del nuovo millennio, si organizzano per creare nuovi laboratori dover poter ampliare insieme ad altre persone, della propria città, gli esperimenti iniziati in ambito domestico.

Non possiamo continuare a pensare la gestione urbana come ad una serie di azioni e programmi destinati esclusivamente ad organizzare i flussi di persone, merci e risorse. E’ quasi ovvio (anche se di questi tempi molte ovvietà diventano rivoluzionarie) che la principale infrastruttura della città sono i cittadini stessi, che dovrebbero ritornare ad essere i principali protagonisti dell’identità locale.

Le risorse e le opportunità di “prosperità” sociale ed economica di una città dovrebbero dipendere dalla sua capacità di utilizzare le informazioni e le conoscenze prodotte nel proprio territorio per promuovere processi di Intelligenza Collettiva Localizzata e soprattutto, favorire quei processi spontanei e informali in grado di generare cultura locale e conoscenza. Anche qui in Italia abbiamo un magnifico esempio. Si tratta di Slowd, una piattaforma che mette in relazione il talento emergente dei designers con l’esperienza degli artigiani attivi sul territorio. Il suo punto forte è la sua capacità di riproporre e semplificare, nell’ambito di uno stesso territorio, il dialogo e la collaborazione fra due professioni strettamente collegate ma che con il tempo e l’industrializzazione avevano smesso di comunicare. Il risultadi sono sorprendenti ed il talento locale ritorna ad essere forte e competitivo tanto da produrre dei prototipi che poi vengono comercializzati su scala globale.

L’interesse per il proprio territorio trasforma le persone, da utenti in cittadini.

Ogni vicino di casa è un mondo. Ogni persona che va o lavora nel mio quartiere rappresenta un’opportunità. Abbiamo solo bisogno di trovare il modo di relazionarci, di creare sinergie e serendipità. Questo succede ad esempio negli spazi di coworking dove le persone oltre a condividere uno spazio produttivo, coltivano un nuovo spirito collettivo promuovendo attività culturali, economiche e sociali per il quartiere. In questi spazi si organizzano riunioni di quartiere, mercatini e mostre dell’ artigianato locale; si offre inoltre ai produttori agricoli della zona uno spazio dove incontrare e distribuire i loro prodotti direttamente ai consumatori, organizzati in gruppi di consumo.

L’informazione aumenta le potenzialità dello spazio, il movimento spesso le riduce.

Siamo di fronte ad un possibile cambio di paradigma. Siamo in grado di avvicinarci ad un modello di “urbanismo p2p”, incentrato sulle attività o iniziative dei cittadini. Ciò significa che invece di continuare ad investire in grandi infrastrutture, potremmo passare a investire in piattaforme e progetti in grado di amplificare il potenziale di ogni cittadino che, partendo dalla quotidianità, torni ad essere protagonista nella gestione del proprio habitat.

E’ bene chiarire che non stiamo parlando di un azzeramento dell’azione di gestione da parte delle amministrazioni locali, ma al al contrario di un suo rafforzamento ponendole a stretto contatto con l’intera cittadinanza.

Bologna si sta muovendo in modo promettente lavorando ad una nuova agenda digitale, in collaborazione con una equipe giovane come Snark (snarkive.eu/) e redattando un Regolamento (http://po.st/BolognaCittadinanzaAttiva) che disciplina le forme di collaborazione dei cittadini con l’amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani.

Parliamo quindi di una passaggio dalla “Città campo di battaglia” alla città come spazio privilegiato per processi di Intelligenza Collettiva, dove le opportunità e la conoscenza sono in costante equilibro tra la realtá locale e tutte le risorse e le reti di tipo globale. Da qui la grande opportunità anche per i centri urbani più piccoli.

La ricerca di stimoli e la sensazione di opportunità (sociale, economica, culturale, ecc…) che da sempre abbiamo associato alle grandi città, oggi si può trovare anche nei centri minori, che hanno davanti una opportunità storica per rilanciare la propria centralità. Uno straordinario esempio è Matera che ha cominciato a muovere i primi passi per riuscire ad essere una città glocal, dove tutto il talento locale ritrova nei processi in rete e di condivisione una nuova opportunità per creare valore, contando allo stesso tempo con una connessione constante con dinamiche di tipo globale. Questo è ciò che succede grazie al progetto UnMonastery, uno spazio dedicato all’innovazione sociale e messo a disposizione alla comunità internazionale Edgeryders (http://edgeryders.eu/) dal comune di Matera. Durante alcuni mesi alcuni dei membri di questa comunità di cui fanno parte abitanti della città e persone di diversi paesi europei dedicheranno la loro attività professionale alla realizzazione di progetti volti a migliorare la città, lavorando a stretto contatto con i cittadini. Si tratta di un progetto che conta con una importante spinta instituzionale, che ha senso solo quando riesce a creare un tessuto di collaborazione con altre realtà già esistenti sul territorio e che lavorando in modo indipentente e totalmente dal basso. Sempre a Matera vale la pena risaltare il caso di Casa Netural (http://www.benetural.com/), uno spazio di innovazione nato e cresciuto nel pieno centro dei Sassi. Si tratta un centro che riesce a creare occasioni di crescita culturale ed economica rimettendo in gioco i saperi ed i talenti locali ed offrendo loro una finestra sul mondo.

Una Shareable City è una città che promuove questo tipo di processi, una città che incoraggia la comunicazione e gli scambi tra cittadini, con l’obiettivo di creare processi di auto-organizzazione in cui la città torni ad avere come motore ed anima la propria cittadinanza.

Crediti: Photo by Ryoji Iwata on Unsplash

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