Dalla ciociaria a Madrid cambiando il mondo | URBANOHUMANO
Architettura

Dalla ciociaria a Madrid cambiando il mondo


Salvatore D’Agostino, attento giornalista specializzato sui temi dell’ Architettura ed autore del blog “Wilfing Architettura” ha da poco pubblicato una intervista che ha voluto dedicare alla mia condizione di professionista espatriato e su cui abbiamo lavorato diversi mesi.

Vaglio approfittare per ringraziare Salvatore per la sua pazienza e professionalità, è stato un paicere rispondere alle sue domande; ragionando sul presente e futuro della professione e non solo.

Di seguito vi lascio il testo completo:

Salvatore D’Agostino
Domenico Di Siena di anni…, originario di…, migrante a …, qual è il tuo mestiere?

Domenico Di Siena
Ho 32 anni.
da dove vengo: Sono cresciuto in un piccolo centro del basso Lazio Coreno Ausonio, paesino della Ciociaria (provincia di Frosinone), situato in una ridente collina a pochi chilometri dal mare e non lontano dalle montagne del Parco Nazionale dell’Abruzzo.

dove sono andato: Ho iniziato i miei studi di Architettura presso l’Università La Sapienza di Roma. Dopo quattro anni mi sono deciso a fare domanda per una borsa Erasmus con destinazione Parigi.
Dove ho avuto la fortuna di frequentare, durante un anno accademico, i corsi presso la Ecole d’Architecture de la Villette. Ciò che ho apprezzato di più di questa esperienza sono state le lezioni di urbanistica e l’ambiente culturale che si respirava.

Dopo questa esperienza non avevo nessuna voglia di tornare in Italia, né a Roma né a La Sapienza. Così decisi di continuare con la scoperta di nuove culture e nuovi modi di concepire la didattica e l’architettura e mi sono recato a Madrid – dove potevo contare già su qualche buon amico – ed è qui che risiedo stabilmente da ormai 6 anni.

che faccio: Mi occupo di Urban Social Design; mi dedico alla progettazione di spazi e dinamiche capaci di migliorare le relazioni sociali in un contesto urbano. L’attività professionale è strettamente collegata al lavoro di ricerca sviluppato presso l’Universidad Politécnica de Madrid, orientata allo studio di nuovi modelli di progettazione e gestione dello spazio pubblico. Con un’attenzione particolare alle dinamiche emergenti nel campo delle nuove tecnologie.

Le coordinate di Madrid sono 40°23′46″N 3°43′00″W, perché ti sei fermato qui?

Madrid è una capitale europea con un’interessante offerta culturale, piena di contraddizioni e libertà: non l’avrei mai immaginato prima di viverci.
Si può considerare tra le poche metropoli capaci di offrire un difficile equilibrio tra ciò che è locale e ciò che è globale. A Madrid ho la sensazione di poter vivere al meglio la mia condizione di cittadino glocal.
Vivo la città, la sua identità, la sua forza e la sua vitalità allo stesso tempo vivo la sua straordinaria capacità di connessione con il resto del mondo, culturalmente, economicamente e professionalmente: sono a Madrid e sono dappertutto.
Purtroppo da qualche anno a questa parte gli amministratori locali portano avanti politiche volte a limitare questa vitalità: processo che per la verità è comune a molte altre città spagnole ed europee.
La gestione degli spazi pubblici sembra problematica soprattutto perché i nostri politici sono del tutto incapaci a comprenderne le dinamiche e quindi, ad accompagnarle nella direzione più conveniente alla collettività. Sono terrorizzati dalla possibilità di perdere il controllo e preferiscono restringerne le possibilità di uso attraverso classificazioni e regolamenti che limita enormemente ogni potenziale collettivo e sociale.
Vivere questo processo quando la città ancora conserva un minimo di carattere, può essere interessante e può aiutare a capirne le ragioni, le dinamiche e le future conseguenze urbane. Permettendoci di proporre soluzioni e progetti capaci di migliorare la città e in qualche modo frenare le tendenze degradanti. Come ad esempio  l’Ecobulevar a Vallecas o il recente complesso educativo infantile con annessa piazza a Rivas Vaciamadrid.

Mentre chiacchieravamo per preparare questo colloquio mi ha incuriosito questa tua frase: «Mi piace definirmi cyber-architetto e pensare di essere un Urbanista».
Puoi spiegare meglio questa auto definizione?

Sono passate alcune settimane dal nostro primo scambio d’idee durante il quale ho avuto modo di maturate alcune riflessioni che rimuginavo da tempo. Oggi mi piace utilizzare una definizione differente, preferisco parlare di Urban Social Design.
Quando parlavo di cyber-architetto, mi riferivo alla possibilità di considerare l’architettura come una disciplina che vada oltre la composizione architettonica e la costruzione, qualcosa di molto più vicino alla gestione di processi; da lì la referenza al mondo cyber e all’urbanistica.
Urban Social Design mi sembra dare meglio l’idea di questo concetto: progettazione di spazi, situazioni o dinamiche, che hanno come obiettivo migliorare le relazioni sociali tra coloro che convivono un ambito urbano o più in generale un habitat costruito.
Nel nostro studio (ndr Ecosistema Urbano) lavoriamo a progetti che difficilmente si assocerebbero all’architettura. Elaborare una nuova definizione di quello che facciamo ci aiuta a trasmettere in modo strategico ed efficace gli obiettivi del nostro lavoro e quindi a innovare la nostra professione.

Attualmente stiamo lavorando a una piattaforma web che permette ai cittadini di esprimersi riguardo al proprio quartiere o città. A prima vista potrebbe sembrare un semplice progetto di consultazione popolare o, nella migliore delle ipotesi una sorta di progettazione partecipata. In realtà l’obiettivo è utilizzare l’interesse che i cittadini hanno per la propria città come opportunità per catalizzare nuove reti e contatti tra vicini di quartiere. In altre parole si cerca di generare l’humus necessario per far nascere nuove relazioni e attività sociali, costruite direttamente dal basso.
Questo tipo di dinamiche vuole essere la base su cui poter costruire processi innovativi di progettazione basati sulla presenza di elementi fisici (piattaforme) e tecnologie di comunicazione (digitali). La professione dell’architetto in questo modo non s’intende più solo come un progettista di spazi, ma come un consulente (gestore) capace di definire gli elementi fisici e le dinamiche sociali, necessarie a catalizzare processi di auto-organizzazione.

Nel costante lavoro di riflessione e autocritica che portiamo avanti nello studio ci siamo resi conto di aver raggiunto un savoir faire che ha a che vedere non solo con la qualità architettonica ma anche con la capacità di catalizzare e gestire diversi processi che convergono verso un unico obiettivo: ci muoviamo in ogni nostro intervento su più fronti: sociale, economico, architettonico, tecnico e politico senza mai dimenticare l’importanza della comunicazione.

Che cosa intendi per comunicazione?

La comunicazione è una componente essenziale del processo di progettazione. Trasmettere in modo accurato ai collaboratori, clienti e utenti, le caratteristiche e gli obiettivi di ogni passo sono una delle chiavi per realizzare un buon progetto.
Oggi tuttavia, comunicazione significa molto di più.
La comunicazione sta diventando la necessità di ogni professionista. Se fino a qualche anno fa apparire nelle più importanti riviste di settore poteva essere l’elemento fondamentale per aumentare il prestigio professionale e la visibilità del proprio studio, oggi da un lato non è più sufficiente e dall’altro non è più l’unica strada.
Il prestigio, o meglio la reputazione, comincia a essere qualcosa che si ottiene condividendo i risultati del proprio lavoro cominciando dal proprio processo di produzione/creazione. Non ci si limita più a corteggiare le riviste e gli editori più importanti per dare maggiore visibilità alle qualità dei nostri lavori. Ogni professionista dispone oggi dei mezzi per far conoscere il proprio lavoro. L’ostacolo maggiore è metodologico più che strutturale. La comunicazione distribuita si basa su un dialogo continuo e orizzontale. La gerarchia è sostituita dalla reputazione. I giovani progettisti e le piccole aziende cominciano a costruire la propria reputazione direttamente dal basso, dialogando direttamente con altri professionisti.
I professionisti più attenti e innovativi basano il proprio lavoro su un continuo processo di ricerca e innovazione.
In questa cornice è sempre più interessante condividere con altri professionisti (e non) i risultati del proprio lavoro generando una rete che si alimenta continuamente con nuove idee e contenuti.

Insieme al gruppo FOA avete rappresentato la città di Madrid – con il progetto di uno spazio pubblico attrezzato – al recente EXPO di Shanghai.

Non credi che sia un paradosso – non per te – per l’architettura italiana di oggi?

Non lo considero un paradosso. Dovrebbe essere del tutto normale superare la nazionalità di chi propone un progetto per premiarne piuttosto le qualità.
Ad ogni modo è sicuramente una situazione che fa riflettere.
I fattori che contribuiscono a creare questa situazione sono molteplici.
In Italia si respira il potere, è una sensazione che ci accompagna nella vita personale e professionale. Ci siamo abituati, lo respiriamo tutti i giorni, in un certo senso ne siamo assuefatti. Negli ultimi venti/trent’anni la cosa è peggiorata: praticamente in ogni settore, il potere è detenuto da una generazione vecchia; e con la parola vecchia, non intendo mancare di rispetto a chi è più anziano, ma piuttosto sottolineare la condizione di decadenza e di mancanza di visione di futuro.
La società è bloccata, le città italiane stanno diventando dei borghetti ancorati a vecchi modelli di sviluppo, squarciati da una dimensione quotidiana influenzata dal culto dell’immagine continuamente spalmataci addosso dai media.
Quando penso agli anni vissuti a Roma, mi rendo conto che la città non mi ha mai offerto l’opportunità di esser parte della sua identità come motore innovatore. Nelle città italiane non esiste la possibilità di sentirsi protagonisti della costruzione di una identità locale, ci limitiamo a consumare un’identità rifilataci bella che masticata.
In altre parole, in Italia più che in altri paesi europei percepisco l’azione del potere che ridimensiona continuamente qualsiasi conato di innovazione.
Tuttavia, sono convinto che sarà proprio l’Italia a fornire le forme più innovative di democrazia partecipata e nuove formule di open-government.
La triste esperienza che si è accumulata in Italia durante decenni di oligarchia favorirà la nascita d’iniziative capaci di proporre un nuovo modello di gestione del territorio.
In questo processo giocherà probabilmente un ruolo importante l’uso delle nuove tecnologie. A mio avviso, in questo senso due dei progetti più innovativi a scala mondiale sono proprio italiani: uno ècriticalcity.org progetto di riqualificazione urbana ludica e partecipata l’altro è openparlamento.it un progetto che promuove maggiore trasparenza nella gestione pubblica facilitando la partecipazione diretta della cittadinanza.

Attraverso il tuo studio gestisci un blog. A che cosa serve un blog per un architetto?

Per capire a che serve un blog, forse è utile fare riferimento al concetto di commons che in italiano si potrebbe tradurre in modo approssimativo come comune e/o dominio pubblico.
Ci troviamo di fronte a un nuovo ecosistema professionale che ci permette di sviluppare idee e progetti partendo dall’operato di altre persone, altri professionisti o altre aziende.
La nascita di questo ecosistema è tuttora in processo, soprattutto in Italia, per ragioni culturali e strutturali. Uno dei principali problemi è la dipendenza dalla presenza d’intermediari come le associazioni, gli enti e le riviste di settore.
Anche se lentamente, le parti di questo ecosistema professionale cominciano a comunicare senza intermediari. Questa comunicazione risulta essere più efficace e veloce; promuove un nuovo modello di lavoro che possiamo definire lavoro in rete. La comunicazione diventa relazione e dialogo, fortificando un modello che riconosce l’importanza dei commons.
La stampa, come tutti gli enti di settore, sono abituati a essere promotori e contenitori del dibattito professionale, e faticano ad accettare l’essere solo promotori visto che il contenitore è la rete in cui tutti siamo prosumers: produttori e consumatori, in questo caso, del dibattito.
Il dibattito si sposta continuamente verso quei nodi che meglio di altri sanno promuovere lo scambio vero d’idee e opinioni: quel sistema che permette di far crescere e di innovare.
Avere e curare un blog significa dar vita e formar parte di questo ecosistema.

Dove stai andando?

Mi piacerebbe poter rispondere semplicemente: vado nella giusta direzione! Ma chi lo può dire?
Forse non so dove vado, ma so dove voglio andare.
Stiamo vivendo una rivoluzione storica, paragonabile a quella del ’68. Proprio come allora si sta creando una frattura profonda tra la classe dirigente (vecchia) e la cultura emergente, quella dei giovani. La realtà ereditata ci sta stretta e le nuove tecnologie ci permettono di volare alto, sogniamo un mondo migliore, e lo crediamo possibile semplicemente perché ci stiamo organizzando in modo orizzontale, creando reti indipendenti.
Siamo la generazione della cultura libera: concetto molto semplice e potenzialmente rivoluzionario. Soprattutto quando lo associamo all’intelligenza collettiva, al dominio pubblico, alla collaborazione, allo spazio pubblico.
Voglio che le mie azioni quotidiane, personali e professionali mettono in pratica questa rivoluzione culturale.
Ho proprio voglia di essere felice. Una cosa molto semplice. Lo voglio dire. Il mio obiettivo è essere felice e per esserlo ho bisogno di cambiare il mondo. Cambio il mondo. Quello piccolo. Quello quotidiano. Voglio essere sereno mentre cambio il mondo. Mentre faccio la rivoluzione. Quanto più tempo posso passare con le persone a me care più mi rendo conto che sono vicino al mio obiettivo.

Stiamo vivendo un’epoca estremamente interessante, un’epoca di cambiamento. Una rivoluzione.
Io voglio parteciparvi!

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