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Bauman ci parla del ruolo dell’Europa

Alla vigilia del voto, un’analisi del pensatore polacco sul ruolo dell’Europa e del progetto ininterrotto che rappresenta. Da L’Espresso, 4 giugno 2009
Come possiamo rendere il mondo ospitale per gli europei? Pongo questa domanda, perché è evidente che noi, europei, nel mondo attuale non ci sentiamo a nostro agio. Heidegger dice che si comincia a riflettere su un problema quando le cose iniziano improvvisamente a comportarsi in maniera inaspettata. È solo allora che le trasferiamo dalla sfera dell’azione a quella del dibattito. Prima le cose ci vengono fornite nella nostra esperienza quotidiana, e in genere non ne avvertiamo l’esistenza. Quando invece smettono di funzionare le trasferiamo nella sfera delle complicazioni e delle incombenze. Oggi le cose ci tirano brutti scherzi, perché ha smesso di funzionare qualcosa che prima andava benissimo. È quanto è avvenuto con l’accoglienza. L’idea dell’accoglienza è antica, ma ad attirare la mia attenzione è stato un libricino scritto da Kant nel 1784. Riflettendo sulla questione della “Perfetta unione civica del genere umano”, Kant deduceva che l’ospitalità reciproca sia decretata dalla natura, che ci ha posti sulla superficie di una sfera, quale è la Terra. Se ci muoviamo su di essa non possiamo allontanarci l’uno dall’altro – se ci allontaniamo in una direzione ci avviciniamo dall’altra – e dunque esiste un momento nella nostra storia in cui siamo condannati all’ospitalità reciproca. Il librino se ne stava lì ancora intonso a prendere polvere nella mia biblioteca finché all’improvviso è stato riscoperto. Di colpo è venuto fuori che l’ospitalità è un problema da risolvere, che non è una cosa naturale, come poteva sembrare quando lo scrittore svizzero Denis de Rougemont affermava che l’Europa aveva scoperto i continenti, e non i continenti l’Europa, che l’Europa aveva conquistato un continente dopo l’altro, ma nessun continente l’aveva conquistata. E che infine l’Europa, essa sola, aveva inventato un modo di essere che tutti avevano trovato degno d’imitazione. Ma che lei, l’Europa, non aveva mai provato a imitare paesi ad essa estranei.
Ryszard Kapuscinski, il più grande reporter del Ventesimo secolo, capace di penetrare con rara sensibilità le correnti sotterranee del mondo, notò – una decina di anni fa- che l’atteggiamento del mondo nei confronti dell’Europa era cambiato, all’improvviso. Una volta, visitando i paesi fuori dal nostro continente, gli capitava spesso di essere fermato per strada, perché qualcuno, afferrandogli un bottone della giacca, gli chiedeva: “Ci dica cosa succede in Europa”. Dieci anni fa invece Kapuscinski cominciava ad accorgersi che nessuno lo fermava più, e che nessuno gli faceva domande. Kapuscinski parlava anche di quello che lui chiamava “un cambiamento nella qualità”. Un tempo un europeo qualunque, un individuo che non aveva nella propria società una posizione particolarmente elevata, una volta approdato in Tanzania o in Malesia diventava di colpo “signore”. Anche questo è finito. Oggi tutti i Paesi hanno una propria élite istruita e non si aspettano che gli europei possano apportare qualcosa di nuovo nella risoluzione dei problemi con cui si confrontano. Kapuscinski notò anche che un tempo gli europei trattavano il resto del mondo come un parco giochi; oggi ovunque vedono invece il pericolo. La situazione è simile a quella che avvertiva l’Impero romano alla vigilia della sua fine. Ai confini delle sue carte geografiche indicava: ‘Hic sunt leones’, ovvero vi sono Paesi selvaggi in cui è meglio non avventurarsi. Siamo dunque condannati a vivere nel cortile di casa? Siamo stati sfrattati per sempre? Quello stadio dell’avventura in cui l’Europa, bene o male, dettava il percorso della storia mondiale è per sempre alle nostre spalle? L’Europa non avrà mai più un’accoglienza ospitale?
Io, quando scrivo dell’Europa, penso a un progetto ininterrotto, non realizzato fino in fondo ma che, nonostante tutto, ha dettato il ritmo dei cambiamenti indicando l’orizzonte di aspettative a cui l’Europa per l’appunto mirava. E mi domando se esista un qualche orizzonte verso cui l’Europa potrebbe mirare oggi. Ricrearne la potenza militare rendendola paragonabile, ad esempio, a quella degli Stati Uniti, è impensabile. Sono pure infime le chance di poter paragonare la dinamica dello sviluppo economico dell’Europa a quello dell’America Latina o della Cina. Il Vecchio Continente non è in grado neanche di dare il tono allo sviluppo della scienza, dell’arte e della cultura. Cosa potremmo dunque consegnare in dote al pianeta? C’è qualcosa che possediamo di cui gli altri hanno bisogno e che potrebbero imparare da noi? Lo scrittore George Steiner sostiene che il compito dell’Europa ha carattere spirituale e intellettuale. Nelle sue opere Steiner si occupa dei contrassegni comuni dei popoli europei, fra cui il lascito culturale del mondo ellenico e di quello ebraico. Sottolinea che Europa significa massima diversità linguistica e culturale, un mosaico insolito di modi di vita differenti. Nel nostro continente spesso neanche 20 chilometri separano fra loro mondi diversi. Hans-Georg Gadamer ritiene che l’abbondanza di diversità sia il tesoro più grande che l’Europa è riuscita a salvare e che possa offrire al mondo. La vita con l’Altro e per l’Altro è uno dei compiti fondamentali dell’essere umano. Forse è da qui che origina la peculiare superiorità dell’Europa, che ha dovuto apprendere l’arte di vivere in questo modo. In Europa l’Altro è sempre vissuto, in modo metaforico ma anche letterale, a portata di vista o di mano, L’Altro è, in Europa, il vicino più prossimo. Nonostante le differenze che ci separano, agli europei spetta negoziare le condizioni di questa vicinanza. Il nostro paesaggio è caratterizzato dalla pluralità di linguaggi, dalla contiguità dell’Altro, ma anzitutto dal fatto che egli, in uno spazio fortemente limitato, sia considerato in modo paritario. L’Europa sarebbe dunque una sorta di laboratorio in cui si elabora un determinato modello dell’arte di vivere di persone che appartengono a diverse confessioni, lingue, che hanno diversi modi di essere felici. Anche la convivenza pacifica, utile per tutti, è possibile non solo nonostante la disuguaglianza, ma grazie ad essa. Questa è la fonte dello sviluppo, del cambiamento di opinioni, delle nuove idee. Qui scaturisce l’ispirazione per la soluzione dei problemi.
Una delle incognite da sottoporre a sperimentazione in questo laboratorio è il modo di uscire dai limiti imposti dalla lunga storia contemporanea dello Stato-nazione. L’integrazione della società, l’integrazione della molteplicità ovvero la costruzione di Stati e popoli moderni hanno costituito due processi paralleli e interdipendenti. Brandeburghesi e bavaresi si sono trovati a essere improvvisamente parte di uno stesso popolo (il popolo tedesco), così come in Francia i savoiardi e i bretoni. È difficile immaginare che sorta di sconvolgimento nel pensiero dei popoli sparsi per l’Europa sia stato allora il passaggio dalle comunità locali a quelle nazionali. Oggi abbiamo di fronte a noi una fase successiva dell’avventura europea: il passaggio da una forma di integrazione, così come ci è nota dal funzionamento dell’Unione europea, alla creazione di un piattaforma stabile, funzionale alla comune risoluzione dei problemi planetari, alla creazione di meccanismi di solidarietà umana universale. Siamo lontani da questa meta. Franz Kafka, uno dei più straordinari sociologi che mi sia mai capitato di leggere, in un contesto differente (non pensava allora all’Europa ma in genere al destino e alle opere degli uomini nel nostro mondo), scrisse: “Se dunque non trovi niente qui nei corridoi, apri le porte, se non trovi nulla lassù, non c’è problema, sali per nuove scale. Fin tanto che non smetti di salire, non finiscono i gradini, crescono verso l’alto sotto i tuoi piedi che salgono” ( Difensori, traduzione di Giulio Raio). Lo storico Reinhart Koselleck, nel descrivere ciò che avvenne in Europa tra il Seicento e il Settecento, usò invece la metafora della scalata di un valico alpino. Nessuno di coloro che si arrampicavano aveva la benché minima idea di cosa ci sarebbe stato dall’altra parte; questa gente non poteva neanche immaginarsi l’Europa futura, perché mancavano loro parole e concetti per descrivere i processi messi in moto. Mi attrae in questa metafora non tanto il fatto che dall’altra parte possa esserci il paradiso terrestre (questo non possiamo saperlo) ma che, fintanto che ci inerpichiamo verso il valico lungo una parete molto scoscesa, una sola cosa è certa: non possiamo fermarci. Bisogna andare avanti, perché se cerchiamo di piantare una tenda su quella parete basterà il primo alito di vento a spazzarla via. Forse sono un visionario, forse sono un ottimista nato: in ogni caso la mia speranza è radicata nella logica. Non tanto nella buona volontà degli europei, quanto nel fatto che semplicemente non c’è altra via d’uscita perché con il livello attuale di reciproca interdipendenza di tutti i popoli che abitano il pianeta il futuro dipende dalla nostra capacità di collaborare. È una questione di vita o di morte.
Ma poi ci sono i conflitti… Mi domando se essi derivino dalla nascita degli Stati-nazione, o se siano altrettanto intensi nell’ambito di una sola nazione. All’interno degli Stati nazionali abbiamo imparato come risolvere i conflitti di questo tipo, ora si tratta di imparare a risolverli a un gradino superiore. È una differenza quantitativa. Ma è anche una differenza qualitativa? Forse sì. Cosa c’è dall’altra parte del valico? Non ne ho idea. Sono certo di una cosa sola: quello che scorgeremo laggiù non sarà simile alle istituzioni che siamo soliti identificare con l’essenza della democrazia, della convivenza pacifica ecc., dimentichi del fatto che esse costituiscono solamente le nostre finora assai effimere scelte. Immagino che se invitassimo Aristotele al Bundestag tedesco o alla Dieta polacca le sedute susciterebbero il suo interesse. Forse addirittura correrebbe a casa per scrivere un ulteriore tomo della sua ‘Politica’.

traduzione: Laura Quercioli Mincer
via: www.eddyburg.it

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